Richard Avedon in esposizione a Roma
C’è una fame sottile, quasi invisibile, nelle fotografie che Richard Avedon scattò in Italia tra il la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta. Una fame di volti, di storie, ma soprattutto di trovare il proprio sguardo distintivo.
Italian Days presenta 24 scatti, su un totale 54 selezionati, in mostra per la prima volta in forma integrale alla Gagosian Gallery di Roma, e non rappresentano soltanto un diario di viaggio ma il laboratorio privato di un giovane fotografo alla ricerca di un linguaggio.

Prima della moda, prima del bianco immacolato che avrebbe incorniciato i suoi ritratti più iconici, Avedon esplora un’Italia che riemerge dalle macerie della guerra, vibrante di voglia di vivere, desiderosa di spensieratezza, ma ancora intrisa di contraddizione. E lo fa con occhi affilati, già propensi alla perfezione, ma ancora capaci di una tenerezza disarmante. In queste fotografie si avverte il momento esatto in cui l’istinto inizia a farsi metodo, in cui la spontaneità comincia a ordinarsi in visione. Una visione che, come possiamo vedere attraverso i ritratti di figure dedicati alle più importanti personalità del mondo della musica, dell’arte, del cinema, della letteratura, della politica del Novecento, maturerà in distacco professionale. L’artista instaurerà con il tempo una distanza asettica, addirittura quasi ostile con i suoi soggetti, ma che lo aiuteranno a coglierne le diverse sfaccettature facendo emergere al contempo la sua forte e complessa personalità.
Avedon osserva, studia, assorbe: la composizione, il ritmo dei corpi, la luce che taglia le piazze e i visi. Quel che nasce, in filigrana, è il seme della sua futura ritrattistica — rigorosa, frontale, esatta — che qui trova un primo battito nei gesti quotidiani dei bambini per le vie di Roma, nelle espressioni introspettive riscontrate in Sicilia, nella teatralità intrinseca delle donne veneziane.

Rispetto alle due precedenti mostre italiane, quella a Palazzo Reale di Milano e quella alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo tra il 2022 e il 2023, incentrate sullo splendore del ritratto in studio o sulle collaborazioni con il mondo della moda, Italian Days invita a uno sguardo più intimo, forse meno spettacolare, ma profondamente rivelatore. Un Avedon ancora in divenire, ma già radicale nel suo modo di avvicinarsi all’altro. E che proprio in quell’Italia viva, imperfetta e scomposta, sembra trovare la misura di sé.
Contrariamente da quanto ci si potrebbe aspettare non c’è nostalgia in questi scatti, piuttosto una voglia insistente di comprendere, di misurare l’umanità nei suoi tratti più autentici. L’Italia porta ancora i segni della fatica: bambini scalzi, lavoratori dai volti introspettivi, attraversati da una resilienza silenziosa, e la spontanea imperfezione dei passanti colti di sorpresa.

Ma ciò che colpisce non è solo il contenuto: è il modo in cui Avedon lo affronta. La macchina fotografica registra silenziosamente senza giudicare. Le composizioni, benché ancora legate a una certa immediatezza documentaria legata alla sua prima esperienza nella Marina Militare tradiscono già l’ossessione per l’equilibrio, per la composizione, per il dettaglio. È come se Avedon cercasse in quelle strade affollate, nei cortili, nei mercati il volto universale di una condizione umana.
L’esposizione non si limita a raccontare un’Italia postbellica ma instaura un dialogo visivo più ampio, che include ritratti di artisti e celebrità, autoritratti, e studi formali che sembrano parlare direttamente al futuro del fotografo. In questo alternarsi di soggetti si delinea il passaggio da un’osservazione del reale a una costruzione dell’immagine.

La naturale genuinità dei bambini, accostata alle figure delle modelle estrapolate dalle rigide passerelle, come Marta Hunt, Jean Patchett, Betsty Pickering e Marilyn Ambrose richiama quell’approccio vitale inaugurato da Martin Munkácsi: un modo di intendere la fotografia come gesto libero, capace di cogliere il movimento e la magia dell’istante. Avedon ne raccoglie l’eredità, ma la trasforma in una composizione raffinata, dove anche il dinamismo è pensato, quasi coreografato.
I ritratti di personaggi quali Samuel Beckett, Sophia Loren, Michelangelo Antonini o Audrey Hepburn non sono solo un contrappunto, ma un prolungamento naturale di quanto già si intravede nei lavori italiani: la centralità del soggetto, il rigore della composizione, il bisogno di verità, per quanto mediata da un’idea estetica molto precisa. Anche gli autoritratti contribuiscono a questa narrazione: Avedon si osserva, si interroga, e restituisce di sé un’immagine che non è mai neutra. In fondo, il suo linguaggio nasce proprio da qui: dal voler comprendere chi ha di fronte, ma anche dal bisogno di definirsi attraverso l’atto fotografico.
Italian Days offre un contrappunto silenzioso ma essenziale. Qui non ci sono abiti da sogno né studi illuminati da fari: c’è la polvere, il tempo, l’attesa. Ma c’è anche la radice di tutto. È proprio in questi anni che Avedon impara a relazionarsi con l’altro, a renderlo protagonista senza sovrapporsi, a riconoscere l’importanza dell’incontro.
In questo senso, la mostra romana appare come un tassello mancante, ora finalmente esposto nella sua interezza. Non un fuori programma, ma un’origine. Un punto di partenza che illumina tutto ciò che verrà dopo.
La mostra, curata da Cécile Degos, responsabile della precedente mostra in onore del fotografo nella sede della Galleria a Parigi nel 2024, rimarrà in esposizione fino al 17 maggio 2025.