Nato a Sansepolcro nel 1961, Saverio Mercati sviluppa una ricerca artistica rigorosamente concettuale, incentrata sull’indagine dei meccanismi linguistici e sul rapporto dialettico tra realtà oggettiva e finzione descrittiva. Il suo percorso intellettuale subisce un’accelerazione fondamentale a partire dal 1985, anno in cui si stabilisce a Roma ed entra in contatto con l’ambiente dell’ex pastificio “Cerere” nel quartiere San Lorenzo. Questo contesto, nucleo propulsore della nuova avanguardia e della sperimentazione visiva italiana di quegli anni, contribuisce in modo decisivo a strutturare il suo approccio multidisciplinare, improntato al superamento dei confini di genere tra scultura, installazione, video e fotografia.
Lontano da una concezione tradizionalmente formale o figurativa dell’arte, Mercati adotta fin dagli anni Novanta una prassi metodica fondata sulla sottrazione dell’immagine e sull’uso del testo come medium plastico autonomo. Questa indagine teorica ha trovato espressione in importanti progetti espositivi, capaci di ridefinire lo statuto logico dell’opera nello spazio. Tra gli appuntamenti principali della sua traiettoria curatoriale spiccano la mostra “Opere realmente accadute”, una riflessione analitica sulla trascrizione della memoria e sui limiti della cronaca visiva, e l’installazione itinerante “Impermanenza”, in cui la luce nuda dei neon e la precarietà dei materiali scelti si sono configurate come dispositivi filosofici per indagare la fragilità della forma nel tempo contemporaneo. Oggi l’artista vive e lavora a Monterchi, portando avanti una rigorosa monografia formale supportata da gallerie e istituzioni di rilievo in Italia e all’estero.

Saverio negli ultimi anni la tua produzione artistica si è concentrata su una ricerca concettuale basata su una fotografia che è destrutturazione dell’immagine. Da cosa nasce?
Nasce essenzialmente da un vero e proprio scoramento nei confronti dell’arte contemporanea che negli ultimi anni non fa che utilizzare gli stessi soggetti o le stesse forme declinandoli in una moltitudine di immagini che gli artisti chiamano “avanguardia”, seppure non vi sia nulla di originale o innovativo. Un mondo inutilmente complesso e al tempo stesso poco rappresentativo della realtà e del quotidiano che ognuno di noi attraversa. Ho lavorato quindi su un concetto di arte che sia un contenitore non solo meramente visivo, ma che si fondi su una estetica filosofica. Una tra le prime sperimentazioni sono state i light box, scatole dotate di un sistema di illuminazione interna, la cui parte frontale ospita una pellicola o una stampa fotografica retroilluminata, la luce attraversa l’immagine dall’interno verso l’esterno, modificando la percezione dei colori, dei contrasti e dei dettagli rispetto a una normale stampa su carta.

E’ importante sottolineare come per l’artista questa tecnologia non rappresenti un semplice supporto espositivo ma un vero e proprio manifesto poetico. Attraverso il light-box, Mercati esplora la fotografia nella sua accezione più letterale di “scrittura della luce”, trasformando la luminosità da mezzo per mostrare un soggetto a materia stessa dell’opera. La retroilluminazione genera un effetto quasi ipnotico e immateriale che destabilizza lo spettatore, spingendolo a riflettere sul confine sottile tra la realtà oggettiva e la finzione della rappresentazione. Spesso le immagini racchiuse in queste strutture si orientano su forme astratte o geometriche, sposando un approccio minimalista che riduce l’opera all’essenziale per dare vita a un’atmosfera meditativa, silenziosa e avvolgente all’interno dello spazio espositivo.
Una fotografia che quindi in qualche modo viene sottratta all’effetto del tempo?
È una suggestione affascinante, ma in realtà la mia prospettiva è quasi opposta: il light-box non sottrae la fotografia al tempo, ma ne amplifica la precarietà, rendendo visibile il suo stesso consumarsi.
Quando guardiamo una stampa fotografica tradizionale, abbiamo l’illusione di un istante congelato per sempre, immobile nella sua chimica o nel suo inchiostro. Il light-box scardina questa fissità perché introduce un elemento vivo, dinamico e deperibile: la luce artificiale. La retroilluminazione non è statica; è un flusso continuo di energia che attraversa la pellicola, la consuma impercettibilmente e ne muta la percezione a seconda dell’ambiente circostante o della stessa durata del LED. Nel momento in cui spegniamo quella luce, l’immagine scompare nel buio, dimostrando che la sua esistenza è legata a una condizione temporanea. La luce rappresenta un elemento performativo.
Più che un tentativo di immortalità, per me il light-box è una riflessione sull’impermanenza. Se pensi alle mie opere successive, questo concetto è diventato ancora più esplicito attraverso l’uso dell’acqua o della destrutturazione della tela. Il light-box è stato il primo passo: un modo per dimostrare che anche l’immagine più nitida e tecnologica non è un dogma eterno, ma un fenomeno fragile che esiste solo nel qui e ora, consumandosi sotto gli occhi dello spettatore.
Saverio Mercati ha lavorato molto sul concetto di “Impermanenza”, termine che ha dato il titolo ad una bi personale che l’artista ha tenuto da marzo a giugno 2026 presso la Galleria Add-Art a Spoleto a Palazzo Due Mondi, un progetto attraverso il quale i galleristi Alessia Vergari e Lorenzo Rossi esplorano la fragilità dell’immagine e l’instabilità delle forme all’interno di una società contemporanea satura di rappresentazioni visive.

Poi l’esperimento va avanti con le carte…
Le opere su carta di Saverio Mercati rappresentano la naturale evoluzione della sua ricerca sull’impermanenza, trasferendo il concetto di fragilità e mutamento dalla luce tecnologica alla fisicità della materia organica.
Nelle opere più recenti, la carta cessa di essere un semplice supporto passivo per un’immagine e diventa essa stessa il soggetto e l’oggetto della riflessione artistica, muovendosi attraverso direttrici ben precise:
Mentre nei light-box la precarietà era affidata al flusso della luce, con la carta Mercati esplora una fragilità tattile ed esposta. La carta è un materiale vivo, sensibile all’umidità, alla luce solare e allo scorrere del tempo. L’artista interviene sulla superficie non per proteggerla, ma per esaltare la sua capacità di assorbire, modificarsi e persino deteriorarsi; gioca con le pieghe e le ombre attraverso passaggi sulla materia che ne sottolineano la capacità di mutare. Il tempo non è più simulato, ma agisce direttamente sulle fibre del supporto.

Il tuo lavoro si fonda sulla leggerezza, un utilizzo di pochi materiali e di processi di trasformazione perfettamente controllati
La ricerca della leggerezza e la scelta di non sovraccaricare il mondo di altra materia sono, per me, condizioni necessarie per creare uno spazio di silenzio e di ascolto. Ridurre i materiali ai minimi termini non significa però abbracciare un rigore puramente matematico o asettico.
Dietro la parvenza di un “processo perfettamente controllato”, si nasconde in realtà la mia volontà di accogliere l’imprevisto. Io mi occupo di progettare meticolosamente il perimetro d’azione, la struttura di partenza, la precisione della scatola luminosa o la grammatura esatta della carta. Ma tutto questo serve unicamente a predisporre un palcoscenico per fenomeni che non posso — e non voglio — dominare del tutto.
Quando la luce interagisce con l’ambiente circostante, o quando i liquidi e il tempo iniziano a modificare la fibra organica della carta, il controllo assoluto cede il passo al divenire. Più che un controllo perfetto delle trasformazioni, parlerei di un innesco guidato: stabilisco le regole iniziali del gioco per poi lasciare che sia la materia stessa a manifestare la propria naturale, inevitabile fragilità e impermanenza e la capacità di stupirmi ogni volta. E’ il risvolto filosofico che mi affascina: si crea inevitabilmente un flusso di idee e di considerazioni che ogni volta sorprende anche me.

fotografia piegata di una carta piegata 2015
L’impatto del visitatore con lo spazio espositivo allestito da Saverio Mercati impone una radicale revisione dei protocolli di ricezione estetica, scardinando l’automatismo percettivo che storicamente regola il rapporto tra pubblico e opera d’arte.
Nella fruizione museale tradizionale, lo spettatore applica un codice visivo immediato, basato sul riconoscimento morfologico, sulla valutazione della tecnica plastica e sul giudizio di gusto. L’opera di Mercati neutralizza questo schema attraverso una metodica sottrazione dell’immagine figurativa.
Questa interruzione dei riflessi condizionati della contemplazione priva il pubblico dei consueti parametri di valutazione edonistica, generando un iniziale disorientamento strutturale.
Questo azzeramento fenomenico costringe il fruitore a un immediato cambio di codice cognitivo, spostando l’asse dell’esperienza dall’area della percezione sensoriale a quella della decodifica logico-linguistica.
L’atto del guardare viene subordinato all’atto del leggerne il contenuto. Lo spettatore è chiamato a processare l’immagine per ricostruire mentalmente l’evento o l’oggetto evocato dall’artista. L’operazione artistica si compie quindi non sull’oggetto esposto, ma nella struttura mentale del ricevente, che cessa di essere un utente passivo del prodotto culturale per trasformarsi nel terminale logico e nel co-autore del processo di significazione dell’opera.
Photo credits Saverio Mercati