Marco Mezzacappa ha sviluppato una ricerca pittorica radicata nella tradizione classica, in particolare nel Cinque e Seicento, integrando successivamente l’influenza del fumetto d’autore. Dopo un periodo come illustratore nel circuito musicale underground europeo, si è dedicato esclusivamente alla pittura. La sua evoluzione artistica lo ha condotto da un figurativo denso e stratificato verso una pittura che esplora il confine tra astrazione e figura. Questo cambiamento riflette i suoi soggiorni in città europee come Berlino, Vienna e Monaco. Vive e lavora a Roma, dove continua la sua indagine pittorica tra struttura, memoria e immaginazione.
Lo abbiamo incontrato per una intervista

Marco le tue opere si muovono con grande eleganza ed originalità tra astrazione e figurazione, anche grazie ad un grande controllo nell’uso del colore. Come è partita la tua ricerca e come si è sviluppata nel corso del tempo?
Dipingo continuativamente da quasi trent’anni. Sono partito dall’arte classica, perché mi interessava approfondire in modo particolare le tecniche del ‘500 e del ‘600: lo studio delle forme, del colore e della luce; passaggio, questo, molto importante perché poi mi ha permesso di acquisire il bagaglio culturale necessario per lo sviluppo della mia tecnica e poetica narrativa. Successivamente sono rimasto affascinato da linguaggi più contemporanei nell’ambito della pop art e dell’espressionismo che mi hanno permesso di creare cicli di opere a questi ispirati. In seguito ho sviluppato un linguaggio più grafico ed in questo periodo fondamentali sono stati i soggiorni a Vienna, Monaco di Baviera, Colonia e Berlino che mi hanno permesso di assorbire quel linguaggio così minimalista e rigoroso per poi fonderlo con il mio background più legato alla figurazione. Il risultato è stato la creazione di opere in cui il soggetto dipinto in modo charoscurale fosse inserito all’interno di queste strutture astratto geometriche veicolate dal costruttivismo mittleuropeo.
Un artista che ti ha influenzato?
Sicuramente mi ha ispirato Peter Halley che ha introdotto delle strutture murarie nell’opera; personalmente rendo gli elementi di interruzione attraverso l’acrilico sopra una superficie materica ottenuta dalla sovrapposizione di infiniti strati di colore. I miei quadri sono il risultato di una vera e propria costruzione architettonica, di una progettualità basata sulle diverse stratificazioni, pur rimanendo di fondo una profonda libertà pittorica.

Nell’opera Moon che hai presentato all’interno della collettiva “Dialoghi senza confini. Dieci voci dell’arte tra Italia e Argentina”, sono visibili sulla superficie delle striature, che sono presenti anche in altre tue opere…
Si. Sono funzionali ad interrompere il rigore e l’estrema “pulizia concettuale” dell’opera. Le inserisco sempre; rispondono alla necessità di inserire un elemento esterno, di rottura per spezzare la precisione dell’insieme.
Quali sono, se esistono, gli elementi comuni nelle tue opere?
Ci sono degli elementi che entrano nella composizione dell’opera: lavoro su fotografie scattate da me caratterizzate da una luce forte di impianto caravaggesco su sezioni di tessuti macroingranditi, oppure su ciocche di capelli.
Perché i capelli?
Perché sono una parte importante della figura umana e poi perché hanno una caratteristica intrinseca molto interessante da un punto di osservazione propriamente pittorico, ossia la luminosità unita alla sinuosità. Come del resto i panneggi, che danno anch’essi la possibilità di entrare nella struttura organica della materia stessa.

Davanti alle tue opere si ha l’impressione di trovarsi, come sospesi, in un terreno dove convivono arte e musica. Ogni elemento pittorico ricorda una battuta musicale: esiste da solo ma è armonico attraverso l’interconnessione tra gli altri elementi, come gli strumenti che suonano insieme durante un concerto. Che significato ha per te la musica?
Le mie opere sono caratterizzate da una armonia per me imprescindibile. E la tecnica in questo è fondamentale in quanto è il requisito che poi mi rende libero nell’elaborazione della composizione. La cultura punk mi appartiene per formazione, poi si è arricchita nel corso del tempo con altre influenze. Nella creazione di un’opera sia artistica che musicale esiste sempre una ricerca che ha a che fare con la ritmica e con l’armonia. Arpeggi armonici, cromatici e compositivi cercati in modo millimetrico quindi.

Quando è finita un’opera?
E’ una domanda interessante. Un’opera può essere considerata finita quando è stata portata alle “estreme conseguenze”, quando un ulteriore dettaglio aggiunto, costituirebbe una ripetizione.
Marco Mezzacappa dopo avere esposto ad Arte in Nuvola con ContArt Gallery e avere esposto nella collettiva “Dialoghi senza confini. Dieci voci dell’arte tra Italia e Argentina” che sarà aperta alla Casa Argentina – Ambasciata Argentina in Roma fino al 13 gennaio, parteciperà dal 4 al 10 dicembre 2025 alla bipersonale “Passaggi – Dall’Intimo al Monumentale” insieme all’artista argentina Lucia Calabrino. La mostra si terrà presso la sede della ContArt Gallery a Roma in Via dei Gracchi 18.
