Lucia Calabrino trasforma la cianotipia in un linguaggio di luce e memoria, capace di coniugare rigore tecnico e sensibilità poetica. Nelle sue opere, la stampa fotografica diventa spazio di stratificazione, tessitura e rivelazione: immagini sospese dove natura e figura si fondono in una trama di presenza e dissolvenza.
Attraverso sovrapposizioni di negativi, carte artigianali, pigmenti e ricami, l’artista costruisce paesaggi interiori in cui la luce si fa materia. Ogni superficie è attraversata dal tempo e dal gesto, assumendo la forma di un respiro visivo che racconta la memoria più che rappresentarla.
Calabrino amplia costantemente le possibilità della cianotipia, contaminandola con elementi organici e interventi pittorici, fino a farne un linguaggio personale e inconfondibile. In progetti come Mirada de Mujer utilizza velature (glaze, sottili strati trasparenti di colore) per far affiorare il corpo femminile, esplorando la visibilità dell’identità attraverso la trasparenza e la sottrazione.
Le opere di Lucia Calabrino, esposte in diversi contesti internazionali, si distinguono per la delicatezza e la forza con cui fondono luce e materia. Ogni immagine è un frammento di tempo e di emozione, un racconto silenzioso che invita a sostare nella soglia tra il visibile e l’invisibile.

L’abbiamo raggiunta per un’intervista
Una tematica centrale del tuo lavoro è il corpo femminile, visto anche nella sua complessità, declinato per esaltarne la forza ma anche una fragilità che spesso è una risorsa ancora più grande per noi donne. Ce ne vuoi parlare?
Una delle porte d’accesso al mio lavoro è proprio il corpo femminile, inteso come un territorio di tensioni: morbidezza e forza, tenerezza e vigore, stanchezza e tenacia. Non mi interessa rappresentarlo in modo idealizzato, ma come un corpo che esiste nella vita quotidiana, che a volte sembra non esserci, ma che in realtà è sempre presente, anche quando viene velato dalle esigenze e dai ritmi del giorno per giorno.
Nel progetto Mirada de Mujer ho iniziato lavorando con la varnice per asfalto, una tecnica pittorica non convenzionale, legata al mondo dell’edilizia, storicamente maschile, che io trasferisco nel territorio dell’intimo e del sensibile.
Con il tempo, questa ricerca si è spostata verso tecniche sperimentali di fotografia, come il cianotipo e il ricamo. Il cianotipo, tecnica della fine del XVIII secolo, con le sue stratificazioni, i suoi incidenti chimici e i suoi tempi di attesa, mi obbliga ad accettare ciò che non posso controllare; il
ricamo, al contrario, mi richiede pazienza, cura e ascolto. Entrambi i processi mi invitano a rallentare, a farmi carico di una fragilità che non è debolezza, ma una forma di apertura: la capacità di lasciarsi attraversare dall’esperienza, di trasformare la ferita in trama e la vulnerabilità
in forza. In questo senso, la fragilità del corpo femminile nella mia opera non è qualcosa da correggere, ma una delle nostre più grandi potenzialità.
Il progetto riunisce una serie di opere in cui l’esperienza femminile appare al tempo stesso come centro e come lente. Lavoro con ritratti, gesti minimi e frammenti di corpo che si combinano con elementi tessili e materiali d’archivio. Utilizzo processi fotochimici sperimentali e supporti non
tradizionali per interrogare come il corpo della donna sia stato storicamente rappresentato e come quello sguardo possa essere riscritto a partire da pratiche sensibili e artigianali.
Le interventi sulla superficie — cuciture, tagli, velature, sovrapposizioni di colore — funzionano come metafora degli strati di tempo e di storie che attraversano queste immagini.
La serie mette in dialogo tecniche antiche con questioni contemporanee relative a genere, rappresentazione e memoria.


Altra tematica della tua narrazione è la memoria anche intesa come insieme di tradizioni o tracce lasciate a noi dalle precedenti generazioni, dai nostri antenati, raccontate per essere tenute vive
generazione dopo generazione. Come entra tutto questo nelle tue opere?
Per me la memoria non è qualcosa di fisso né di solenne, ma un territorio vivo che si riscrive continuamente. Lavoro molto con le tracce lasciate dalle altre generazioni — fotografie di famiglia, racconti orali, oggetti domestici, gesti e saperi trasmessi — e le rimetto in circolazione attraverso
l’immagine. Non mi interessa illustrare il passato, ma attivare questi strati di storia affinché dialoghino con il presente e con il mio stesso corpo.
Nel progetto Atavico parto dalla mia storia familiare, dalle migrazioni tra Italia e Argentina, dalle donne che hanno sostenuto la vita quotidiana e la trasmissione delle tradizioni. Tecnicamente, la serie si fonda su processi fotografici sperimentali e alternativi: cianotipi, fotografia stenopeica, doppia esposizione analogica, transfer, ricami, tessuti, velature, ristampe,
sovrapposizioni, stampe a contatto, emulsioni su carta e tessuto, interventi chimici controllati e incidenti di laboratorio. Molte opere si completano con interventi tessili — cuciture, ricami, montaggi a strati — che permettono di materializzare rotture, riparazioni e spostamenti.
Ogni operazione — tingere, cancellare, rivelare di nuovo, cucire — è un modo per chiedersi chi siamo stati, chi siamo e che cosa scegliamo di continuare a essere.
Molti dei miei lavori funzionano quasi come quaderni di memoria: libri d’artista che lo spettatore deve aprire, percorrere e toccare, opere in cui l’archivio di famiglia smette di essere qualcosa di intimo e chiuso per trasformarsi in uno spazio di incontro con l’altro. Quando quell’archivio esce dalla scatola e diventa opera, la memoria cessa di essere solo mia e inizia a circolare, a produrre nuovi significati. In questo modo, le tradizioni e le tracce dei miei antenati non restano congelate nel passato, ma trovano altre forme per continuare a vivere, di generazione in generazione, riconoscendo che nell’individuale si imprime un segno del proprio tempo che lo trascende e si fa storia collettiva.
Questa proposta di arti visive intreccia lo storico e il territoriale in una traversata che costruisce un viaggio estetico dalla mappa al territorio e dall’attualità alle radici, mettendo in relazione città, biografie e comunità.
Il progetto indaga come il tempo si depositi nelle immagini e come le tecniche storiche della fotografia possano attivare nuove letture sulla memoria, l’eredità e l’identità.


Luce ed ombra che significato hanno per te?
Per me la luce e l’ombra non sono soltanto risorse formali, ma due modi di pensare il visibile e l’invisibile, ciò che si mostra e ciò che rimane in silenzio. In molte delle mie serie lavoro con velature, trasparenze, strati che appaiono e scompaiono: ho sempre sentito che la mia ricerca avesse a che fare con il “rendere visibile ciò che era presente ma non si vedeva”, con il disvelare qualcosa che era lì, in attesa di essere guardato in un altro modo. Le zone di luce, le sovrapposizioni di texture e i toni che diventano traslucidi sono un modo per parlare di quel limite tra ciò che si lascia vedere e ciò che ancora rimane coperto. In tecniche come il cianotipo, la luce diventa quasi una coautrice: è lei che disegna, che decide fin
dove arriva un’immagine e dove comincia il suo dissolversi. Lavoro strato dopo strato, accettando l’alchimia del processo, i risultati non del tutto controllabili, le variazioni prodotte dai diversi orari della luce e dai tempi di esposizione. Mi piace questo gioco tra rivelare e cancellare, sbiancare
un’immagine perché poi torni ad apparire; è come se la luce scrivesse e cancellasse allo stesso tempo, generando nuove trasparenze e atmosfere che non potrei ottenere altrimenti.
L’ombra, invece, è il luogo di ciò che non si dice fino in fondo: le paure, le memorie scomode, le fragilità. Non la vivo come qualcosa di negativo, ma come uno spazio di profondità, dove si depositano gli strati dell’esperienza e della storia. Nelle mie opere, l’ombra abita le parti velate, ciò che resta fuori fuoco, ciò che lo spettatore è chiamato a completare con la propria memoria.
Luce e ombra convivono nelle mie opere come due forze che hanno bisogno l’una dell’altra: la luce per disvelare e l’ombra per preservare un resto di mistero, un margine di incertezza che per me è essenziale.
Photo courtesy ContArt Gallery
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