Artista completo e multisfaccettato, Antonio La Rosa sardo di nascita, vive tra Roma, la Sardegna e la Toscana. Pittore, scultore, poeta, attore con un interessante background in teatro; lo abbiamo incontrato per un’intervista presso la Galleria Pavart di Roma che lo rappresenta.
Antonio come sei arrivato ad esprimerti attraverso queste differenti forme artistiche , esiste una integrazione tra loro e in quale, attualmente, ti senti più a tuo agio?
Le differenti espressioni artistiche si intersecano l’una con l’altra. Se volessimo procedere in ordine cronologico, la prima forma artistica attraverso cui ho iniziato ad approcciarmi è stata la scrittura. Da ragazzino mi chiudevo in mansarda e, con una chitarra acquistata da mia sorella, mi esercitavo a suonare; da li, per gioco, ho iniziato a scrivere dei piccoli testi. Poi in un momento per me difficile, in occasione di un lutto familiare, ho utilizzato la scrittura come mezzo per esorcizzare un dolore profondo, e da lì ho compreso come le parole potessero essere uno strumento per me importante per cristallizzare una gioia, oppure affrontare un dolore o una delusione. Poi sono arrivato, del tutto casualmente, alla recitazione, coinvolto dal mio professore di italiano che mi ha trasmesso un amore incredibile per la poesia, il teatro e la letteratura facendomi scoprire la bellezza e l’attualità dei versi di Dante. Fu lui a scegliermi in una recita scolastica dove portammo in scena con la mia classe “Jesus Christ Superstar” uno spettacolo con protagonisti dei ragazzini eppure che entusiasmò un paese intero e le quasi 500 persone venute a vederci. Lì toccai con mano quanto possa essere inebriante la sensazione di entrare in connessione con lo spettatore: attore e pubblico trasportati insieme in una dimensione altra grazie alla potente magia del teatro. Poi lavorando in officina con mio padre sono rimasto affascinato dai metalli e in particolar modo dal ferro. Con lui ho imparato a tagliare, smerigliare e a scoprirne la bellezza: un sapere che poi mi è servito quando ho scoperto il fascino della scultura.
Stavo pensando mentre ti ascoltavo che ci sono aspetti molto differenti nel tuo essere artista: la recitazione necessita di un pubblico, l’artista lavora da solo. Tu hai bisogno di ambedue questi passaggi, sia dello scambio, quasi catartico, che l’attore ha con lo spettatore che della solitudine più tipica del lavoro di artista?
Si, può sembrare apparentemente contraddittorio ma nella pittura e nella scultura, pur essendo l’artista solo nell’atto creativo, comunque l’opera trova la sua compiutezza nel momento del confronto con lo spettatore, che, a sua volta, restituisce all’artista un’emozione, la condivisione di un personale frammento di vissuto, una visione etica, un’idea di bellezza. Ogni forma d’arte ha bisogno di uno scambio, di una interazione e non di rimanere chiusa in un atelier o in uno studio.
Tra le tue opere più d’impatto e coinvolgenti le sculture”La danza del mondo”che poi si trasforma nei “Papaveri La Danza del Mondo”. Me ne parli?
E’ un ciclo di opere che parte dalla forma del nastro di Moebius: un cerchio che si torce su se stesso. Una forma che mi ha affascinato proprio perchè ricorda il simbolo dell’infinito, il continuo divenire. Facendo scorrere la mano all’interno ti accorgerai che essa continuando a girare non passerà mai sullo stesso punto. Facendo scorrere le mani contemporaneamente esse non si toccheranno. E’ la danza di un piccolo granello di sabbia che simboleggia la Terra all’interno di un sistema assai più vasto, infinito. Anche una metafora della vita all’interno della quale, per quanti obiettivi tu ti possa porre, non sai mai cosa accadrà lungo il cammino. La danza del mondo è il moto perpetuo dell’uomo, la vita e la morte, una fluidità, un divenire ed uno scorrere che fa parte della natura.




Le sculture della serie Metropolis invece mettono al centro le città e i suoi abitanti
Metropolis è una indagine sull’uomo nell’era contemporanea dove dall’orizzontalità si è passati ad una verticalità. Quindi dal villaggio alla megalopoli, dove i luoghi dell’abitare sono sempre più alti, quasi uno sfoggio di esibizionismo. La mia riflessione non vuole essere una critica o una denuncia, ma un prenderne atto: i nostri palazzi sono sempre più simili a Matrioske, contenitori di anime e di vite. Se immaginassi di scoperchiare un palazzo troveresti un microcosmo dell’umanità nella sua interezza: momenti di vita, destini, situazioni personali, ognuna diversa dall’altro. Alcune mie sculture si piegano su se stesse come se gli edifici stessi, abitati da tutte quelle anime, volessero abbracciarsi a dispetto di una città che li vorrebbe far vivere in un asettico individualismo.
Molte delle tue Metropolis hanno una collocazione particolare…
Si, vicino al mare, in modo che possano sia interagire con l’elemento naturale che essere da esso trasformate. Atlantide ad esempio continua a vivere nel tempo, si corrode, cambia colorazione, la salsedine la modifica, emergono i toni aranciati per via dell’ossidazione. Quindi un’opera creata dall’uomo e restituita in qualche modo alla natura che continua ad intervenire su di essa e a trasformarla.


Hai realizzato a Vinci nel 2019 un’opera, “Genius”, per i 500 anni dalla morte di Leonardo. Quanto è ancora attuale la figura di un artista così poliedrico?
Oggi possiamo trarre infinita ispirazione non soltanto da Leonardo, ma anche da tutti gli altri artisti, scienziati e innovatori che vissero in quell’epoca rivoluzionandola poi così profondamente. Leonardo ha unito la creatività artistica alla scienza, quindi alla parte razionale, operando in modo libero, con uno spirito talmente innovatore da influenzare tutta la storia successiva fino a noi, ancora oggi.
Antonio La Rosa nel 2023 ha pubblicato una raccolta di versi dal titolo “Vivo dove sto”. Questa è la mia seconda raccolta di pensieri sparsi, nati in questi anni di successi e fallimenti, personali e globali, nella continua sperimentazione artistica che, giorno dopo giorno, compio alla ricerca di una mia verità, per esprimere il sentire più profondo libero da orpelli.
La Rosa in questa raccolta riesce ancora una volta a coniugare poesia e arte.” All’interno di ogni copia troverai un segnalibro: in apparenza può sembrare solo un pezzo di stoffa colorata, ma nella realtà è un millesimo di un quadro che ho realizzato apposta per donartene un lembo, così da tenere sempre a mente che, anche quando non ne comprendiamo il senso, ogni accadimento e incontro possono essere parte di un disegno più grande. Unendo i pezzi, nella vita come con questo segnalibro, avrai l’opportunità di ricomporre il puzzle e, in sinergia con gli altri proprietari dei millesimi, dare luce a un quadro di senso compiuto”.