Il mondo che resiste nel World Press Photo

Maggio 13, 2025
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World Press Photo

Torna al Palazzo delle Esposizioni la 67esima edizione del World Press Photo

Un mondo che soffre, che resiste, un mondo che si trasforma, anche senza evolversi. È questo quello che emerge dagli scatti selezionati dalla World Press Photo Foundation, organizzazione creativa, indipendente e senza scopo di lucro, che ogni anno premia i migliori fotografi professionisti contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale.
Da 70 anni la fondazione non si limita alla mera documentazione giornalistica, ma si spinge oltre fino a scavare nell’animo umano e interrogandolo sulle condizioni universali che lo tormentano.

Dal 2022 il concorso ha adottato un nuovo approccio regionale, suddividendo il mondo in sei macroaree, ciascuna con una giuria locale. Questa scelta ha avuto un impatto notevole sulla selezione delle immagini: la pluralità di prospettive culturali e geografiche è tangibile, e la narrazione non è più guidata da un unico punto di vista “globale”, tradizionalmente associato all’occidente. Emergono finalmente voci radicate in territori lontani capaci di portare allo sguardo storie accantonate, dimenticate o censurate.

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Carlos Barrera, Vita e morte in un paese senza diritti costituzionali

Gli scatti rivelano le più differenti condizioni dell’umanità contemporanea. In primo piano emergono i principali conflitti che segnano la scena globale: la guerra in Ucraina, raccontata da prospettive opposte ma complementari, come l’impressionante ritratto di una bambina traumatizzata firmato da Florian Bachmeier e le immagini intime della quotidianità russa realizzate da Aliona Kardash; la devastazione che travolge la Palestina, cui Samar Abu Elouf dedica il lavoro vincitore del contest; la repressione delle libertà civili in Georgia, testimoniata dalla resistenza che affolla le piazze di Tbilisi; e la costernazione che attraversa El Salvador, dove l’incarcerazione di massa è diventata la norma sin dal 2022.

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Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, 9 anni, foto vincitrice del 2025 Photo Contest.

Le catastrofi naturali quali i violenti cicloni che hanno colpito le Filippine alla fine del 2024 e le emergenze ambientali, come la progressiva distruzione della foresta amazzonica che ogni anno perde migliaia di chilometri quadrati, cercano di sensibilizzare lo sguardo, trattenerlo un po’ di più, ricordandoci che la crisi assume molte forme, ma spesso ci sfugge, passano in sordina, rispetto alle martellanti crisi politiche all’ordine del giorno.

Emergono, inoltre, le lotte sociali quali la rivolta giovanile in Kenya catturata da Luis Tato e il riemergere dell’estrema destra e il lento sgretolarsi della democrazia in Germania, documentato con inquietante lucidità da Rafael Heygster; la libertà sessuale e di identità, come quelle di Prins de Vos e Temiloluwa Johnson, capaci di toccare corde profonde con un linguaggio visivo diretto.

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Tommy Trenchart, I sussuratori di Livingstone


Ci sono anche racconti di migrazione e conflitto con la natura, come nel caso dei sussurratori di elefanti di Livingstone, in Zambia, dove le comunità convivono con il disagio degli animali che invadono continuamente le coltivazioni e le abitazioni in cerca di cibo.
Quasi tutte le storie raccontano fatica, perdita, disperazione. La sensazione dominante lungo il percorso espositivo è quella della tristezza: pochi gli scatti che riescano a restituire un senso di sollievo o di speranza. Eppure, proprio per questo risaltano ancora di più: come quelli sul centro per l’eutanasia nello Stato di Washington, dove i pazienti terminali possono finalmente scegliere di vivere l’ultimo istante con dignità e circondati da compassione; o le immagini che celebrano l’orgoglio culturale del popolo Tūhoe in Nuova Zelanda, che riafferma la propria identità e il legame con la terra.

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Tatsiana Chypsanava, Te Urewera – l’antenato vivente del popolo Tūhoe


Tra le voci che contribuiscono a costruire questa pluralità di sguardi, spicca quella di Cinzia Canneri, fotografa italiana vincitrice della sezione Long-Term Projects con il toccante lavoro intitolato Women’s Bodies as Battlefields.

Cinzia canneri World Press Photo
Cinzia Canneri, I corpi delle donne come campi di battaglia, vincintrice della sezione Long-Term Projects

Psicologa di formazione, Canneri ha scelto la fotografia documentaria come strumento per amplificare le storie di chi, troppo spesso, resta inascoltato. Il suo progetto, maturato in anni di presenza e ascolto sul campo tra Eritrea, Etiopia e Sudan, racconta le conseguenze delle guerre sui corpi delle donne tigrine, vittime di violenza, silenzio e stigmatizzazione. La delicatezza con cui ha saputo costruire un rapporto di fiducia con le protagoniste e l’intimità dei suoi scatti restituiscono una narrazione potente, mai invasiva, incarnando perfettamente lo spirito dell’associazione: non semplici immagini, ma strumenti per capire, per sentire, per restituire dignità. La presenza di Canneri è un tassello fondamentale di quella geografia emotiva che il World Press Photo Foundation vuole restituire con autenticità e rispetto.

Il World Press Photo ci chiede di fermarci e guardare, non solo con gli occhi, ma con coscienza. L’immagine è un atto politico, un invito all’empatia. E forse, anche un’occasione per metterci di fronte a noi stessi, di fronte al mondo con maggiore responsabilità.


Prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, la mostra è ideata da World Press Photo Foundation e realizzata con la collaborazione di 10b Photography. A contribuire alla promozione vi è l’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale.

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