Dal 13 marzo al 15 giugno 2025 ai Musei San Salvatore in Lauro a Roma è in esposizione una rassegna che esplora la rivoluzione delle stampe giapponesi rappresentata dagli Shin-hanga.
Gli Shin-hanga, o nuove stampe, si sviluppano all’inizio del XX secolo, attraversando il periodo Taishō e il periodo Shōwa, e rappresentano l’evoluzione o, meglio, la rivitalizzazione degli ukiyo-e, stampe impresse su carta con matrici di legno, nata e sviluppatasi durante il periodo Edo, tra l’inizio del XVII e la fine del XIX secolo. Inizialmente monocromatiche, gli ukiyo-e immortalavano un Giappone sospeso tra mondi ovattati e sognanti, dai tratti estetici idealizzati. Gli Shin-hanga invece riflettono i frammenti di un paese in piena trasformazione, rinnovamento iniziato con la convenzione di Kanagawa di fine ‘800, e accelerata in seguito al devastante terremoto che colpì il Kantō nel 1923.
Per la prima volta, le stampe ritraggono scorci e paesaggi reali, mentre le figure umane abbandonano la sublimazione in favore di una dimensione più naturale. L’elemento chiave per comprendere le differenze stilistiche tra le due tipologie di stampe è la stesura del colore. Le stampe precedenti presentavano una palette di colori vivaci ma spesso bidimensionali, con contrasti netti e un uso sapiente della linea per definire forme e contorni. Le tinte erano ottenute con pigmenti naturali, e tra i colori più caratteristici troviamo il blu di Prussia per conferire profondità (basti pensare alla Grande Onda di Hokusai), il rosso cinabro e il giallo ocra per gli abiti o gli sfondi, e il nero intenso per contorni e dettagli. Inoltre, l’assenza di ombreggiature rendeva le figure stilizzate e iconiche. Con le nuove xilografie l’uso del colore subisce un’evoluzione: grazie al miglioramento delle tecniche di stampa e dei pigmenti le sfumature e transizioni si fanno più morbide, i colori più naturali donando un effetto più realistico.




L’esposizione è suddivisa in macro-sezioni, introducendo il visitatore dapprima ad alcune fotografie dei primi avventurieri e fotografi dilettanti desiderosi di testimoniare le meraviglie di un mondo rimasto a lungo in disparte, silenzioso, riservato, che forse non era ancora pronto all’apertura. Continua poi con una serie di paesaggi naturali e urbani che inseguono le sfumature delle stagioni e che tentano di raccontare un paese, il primo nel continente asiatico ad aprire le porte all’occidente, in bilico tra l’accelerato modernizzazione e la voglia di rimanere aggrappati alla tradizione e ai valori della propria nazione, fattore particolarmente a cuore del popolo giapponese.



Le figure femminili sono le protagoniste indiscusse, è attraverso loro che riscontriamo i cambiamenti più importanti, come gli usi e costumi adottati dall’oltreoceano che hanno indignato non poco la società conservatrice, quali ad esempio le acconciature sbarazzine e non convenzionali, diventate simbolo di emancipazione.
Tra i protagonisti degli shin-hanga troviamo le stampe di Kawase Hasui e Yoshida Hiroshi, i quali hanno ereditato la magistrale rappresentazione del paesaggio di Andō Hiroshige e del suo allievo Utagawa Hiroshige II, maestri dell’ukiyo-e.
I paesaggi innevati di Andō e Utagawa restituiscono un’atmosfera evocativa e suggestiva, mentre le opere di Kawase e Yoshida rappresentano il rinnovamento cromatico, facendo ampio uso del gioco di luci e ombre conferendo alle atmosfere un tocco più intimo e malinconico.
Yoshida Hiroshi, sperimentò inoltre un maggiore controllo sulla produzione delle sue stampe, creando un ibrido tra shin-hanga e sōsaku-hanga, stampe realizzate interamente dall’artista senza l’aiuto di collaboratori come l’incisore, lo stampatore o l’editore.
Yoshida Tōshi, figlio di Hiroshi, portò avanti la tradizione del mokuhanga, tecnica della stampa su legno, con una particolare predilizione per i dettagli naturalistici data dalla sua sensibilità moderna e internazionale, riscontrabili ad esempio nelle xilografie Giardino di bamboo al Museo di Hakone, Il ponte ad arco di luna e Pagoda a Tokyo.

Parallelamente, la scuola Utagawa, con esponenti come Utagawa Yoshiiku e Utagawa Yoshimori, contribuì alla diffusione delle stampe narrative e satiriche, mettendo in scena l’enorme impatto che l’arrivo delle navi inglesi nella baia di Urga costituì in breve tempo.
Hashiguchi Goyō e Itō Shinsui sono i primi artisti della corrente degli shin-hanga che recuperarono la tradizione dei ritratti femminili bijin-ga. Il legame con il mondo dell’intrattenimento notturno si affievolisce: non si dà più spazio alle geishe o a personaggi irraggiungibili, ma ai nuovi ruoli della donna nella società, in ambiti che le erano solitamente preclusi, ritraendola nella sua quotidianità
Ōta Masamitsu domina la sezione dedicata ai ritratti dei celebri attori del teatro kabuki, una delle forme più celebri del teatro giapponese tradizionale, noto per la sua estetica vistosa, i movimenti stilizzati e l’uso di trucco elaborato (kumadori) per enfatizzare le espressioni dei personaggi. Il Kabuki nato all’inizio del XVII secolo, durante il periodo Edo, vi si distingueva per gli spettacoli innovativi con danze e scene di vita quotidiana. Dopo che le autorità ne vietò la partecipazione delle donne, il Kabuki divenne un’arte esclusivamente maschile, con attori che si ritrovarono a vestire i panni femminili (onnagata).
Un ruolo chiave negli scambi culturali tra Giappone ed Europa fu svolto da Urushibara Yoshijirō, che diffuse la tecnica della xilografia giapponese in Occidente e diventando egli stesso in un viaggiatore curioso, diffondendo al contempo in patria scorci d’occidente che conservano la freschezza della prima scoperta. Ed ecco che appaiono i canali di Venezia, le Sfingi in Egitto, il Tempio di Atene, Londra avvolta nella nebbia, e perfino l’Havana.
La mostra è ulteriormente impreziosita dall’allestimento di tre kimono di seta, eseguiti con tecniche diverse a seconda della stagione per cui sono stati pensati; una toeletta in legno; alcune illustrazioni himawari che ebbero un ruolo chiave nello sviluppo del concetto kawaii, ovvero carino, adorabile o grazioso, il cui significato si estende ben oltre l’estetica e influenza vari aspetti della società giapponese; foto, filmati e musiche del tempo che accompagnano il visitatore durante tutto il percorso.
Una serie di eventi collaterali anima la mostra, che mira a coinvolgere il pubblico attraverso proposte di diversa natura, attribuendo così un valore culturale a tutto tondo al progetto.
L’esposizione è stata ideata e realizzata da Vertigo Syndrome sotto la cura di Paola Scrolavezza in collaborazione con Fusako Yoshinaga, direttrice della galleria Nihonlux di Tokyo, Il Cigno, NipPop e con la Japanese Gallery Kensington di Londra, e si avvale del patrocinio del Padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, dell’Ambasciata del Giappone, della Fondazione Italia-Giappone e del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna.
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