Gianni Berengo Gardin. La fine di un’epoca

Agosto 7, 2025
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Berengo Gardin

Con Gianni Berengo Gardin se ne va un’epoca: quella delle foto non ritoccate, quella in cui i fotografi erano attivisti e non artisti, quella della fotografia del reale.

Con la sua Leica sempre al polso (fino all’ultimo) Gianni Berengo Gardin scattava immagini in bianco e nero dai toni decisi, spesso riprese con obiettivi grandangolari a relegare in secondo piano la figura umana, frutto di un’attenta e meditata ricerca interpretativa nell’inquadratura e nella composizione.

Oltre due milioni di scatti, è stato per eccellenza il fotografo del reale; realizzò con Carla Cerati Morire di Classe, reportage sui manicomi italiani che avrebbe fatto conoscere la «battaglia» di Franco Basaglia:

«Ancora oggi alla facoltà di Psichiatria utilizzano quel mio libretto per far vedere quelle condizioni, le stesse dei manicomi di Gorizia, di Colorno o di Firenze… ricordo che a Firenze ci hanno fatto entrare tra i malati, quando non c’erano i direttori, facendoci passare per parenti, e che quando siamo usciti, alla sera, eravamo così frastornati e rimbambiti, che siamo corsi alla stazione per prendere il primo treno e scappare via, solo che una volta saliti, ci siamo accorti che avevamo sbagliato treno, non stavamo andando a Milano, ma a Roma».

Non soltanto prediligeva il bianco e nero, ma Berengo Gardin non ha mai mancato di sottolineare la sua profonda avversione per photoshop, non tanto nella moda e nella pubblicità, ma assolutamente inammissibile per il reportage, dove il fotografo ha l’obbligo di documentare ciò che vede.

Gianni Berengo Gardin

Berengo Gardin aveva anche molte riserve verso il digitale.

«Non ho niente contro il digitale, capisco che possa essere molto utile da un punto di vista professionale, perché ti permette di far vedere le tue foto subito anche dall’altra parte del mondo, ma in fondo se le mie foto le vedono adesso invece che tra due settimane, cambia forse qualcosa? Allora meglio sempre la pellicola perché è più morbidapiù plastica, mentre il digitale è sempre più freddo, metallico, netto».

Negli anni, Berengo Gardin ha accumulato una quantità monumentale di fotografie, che oggi fanno parte del suo importante archivio. Spesso, nelle interviste, il fotografo racconta di come il suo archivio sia per lui una risorsa fondamentale e di come in molti casi, per alcune monografie, si ritrovi a stampare foto scattate 50 anni fa, che all’epoca non considerava “materiale buono”. Oggi l’archivio raccoglie oltre un milione di scatti: “C’è tutto quello che ho fatto. L’archivio è come il buon vino, negli anni migliora”. 

Tra i tanti temi affrontati la religione, il lavoro, la Olivetti, le donne (“Amo moltissimo le donne, da sempre. Prima viene la Leica, poi le donne, poi i gelati. È più forte di me!”), il Sessantotto, i cantieri in collaborazione con Renzo Piano, la “nuova Venezia” – quella delle navi da crociera e del turismo fuori controllo, l’Italia nelle sue mille sfaccettature e le persone che la abitano e la vivono. 

Gianni Berengo Gardin

Muore il 6 agosto 2025 a 94 anni

Qui per il nostro editoriale su Franco Fontana

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