Monia Ben Hamouda vince la quarta edizione del MAXXI BVLGARI PRIZE.
Il progetto, nato nel 2018 dalla sinergia tra il MAXXI, Museo romano per le arti del XX e XXI secolo e la maison Bulgari, ha l’obiettivo di sostenere gli artisti italiani emergenti, promuovendo espressioni artistiche innovative in linea con i valori del gruppo LVMH.
Questa edizione è stata allestista nella sala Gian Ferrari e presenta le opere site specific dei tre finalisti annunciati durante la Paris Art Week 2023, Riccardo Benassi – foto 3 -(Cremona, 1982), Monia Ben Hamouda– foto 2 – (Milano, 1995) e Binta Diaw (Milano, 1995).



Monia Ben Hamouda ha conquistato il primo posto grazie alla suastraordinaria abilità di integrare il museo nel suo lavoro artistico, convergendo materiali tradizionali e nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. La sua imponente opera Theology of Collapse (The Myth of Past) I-X crea un incredibile impatto visivo e olfattivo. I dieci pannelli di ferro inciso che la compongono rivelano motivi ispirati alla cultura islamica, come la calligrafia e le architetture religiose, mentre le spezie adoperate come la paprika, la cannella e l’ibisco, avvolgono il visitatore dissuadendolo quasi dal reale intento dell’opera. Quella che somiglia ad una parete pronta a crollare sui visitatori da un momento all’altro, li invita a riflettere sulla crisi dei valori culturali e sociali contemporanei. L’artista ha miratamente voluto creare degli spazi che riflettessero le erosioni che la società contemporanea sta manifestano, come la crisi umanitaria che sta colpendo il Medio Oriente assieme alle difficoltà e false promesse di un Occidente che sembra stia smarrendo la via. Allo stesso tempo, vi trasmette la fragilità e i conflitti interiori della propria esperienza personale in bilico tra le sue radici, italiane e tunisine, che donano unicità al suo linguaggio artistico.
Anche gli altri due artisti meritano di essere menzionati, avendo dimostrato un’abilità incredibile, sfruttando l’opportunità loro concessagli per instaurare un dialogo tra eredità culturale e realtà contemporanea. L’esposizione, piuttosto che una competizione, sembra essersi trasformata in una vera e propria collaborazione artistica, rendendo l’esperienza sensoriale ancora più ricca e coinvolgente.
Riccardo Benassi con ASSENZAHAH ESSENZAHAH mescola elementi digitali a intelligenza artificiale ipnotizzando lo spettatore in una riflessione sul ruolo che questi strumenti avanzati giocano nelle nostre vite. I due cani robotici che si muovono su una base musicale vibrante, sintetica, suscitano una tenerezza che riecheggia, seppur con meno drammaticità, nell’impatto emotivo di Can’t help myself di Su Yuan e Peng Yu presentata alla biennale di Venezia 2019. In questa opera Benassi offre una personale reinterpretazione dell’intelligenza artificiale che avrebbe colmato un vuoto importantissimo, a lungo trascurato dalla religione, ovvero l’immortalità del corpo, tradizionalmente riservata all’anima. Ebbene, perfezionando l’AI siamo diventati in grado di sconfiggere la morte o, meglio, di affrontarla più serenamente. Perché quello che angoscia di più l’essere umano è l’idea di scomparire dal mondo senza lasciare traccia.
Binta Diaw con Juroom ñaar presenta sette colonne di carbone, simbolo delle sette donne del villaggio senegalese di Nder che si immolarono per sfuggire alla schiavitù. Invece di rappresentare fisicamente l’identità, Diaw utilizza simboli per raccontare storie di memoria, identità, migrazione e trasformazione. L’artista le ha integrate nello spazio, donando ad ognuna dei tratti distintivi, ma rannicchiandole al centro come un unico corpo, un unico destino. La scena suggestiva è stata amplificata dalla presenza di pesanti drappi scuri e dalla dimensione corale delle voci femminili che intonano melodiosamente un inno di resistenza e speranza nella lingua locale wolof. “Piccole donne, alzatevi, fatevi valere, non permettete al nemico di ridere di voi”. Binta Diaw nelle sue opere riflette sulla memoria personale e collettiva legata alle migrazioni e al passato coloniale nell’immaginario occidentale riportando alla luce vicende e storie perlopiù sconosciute o dimenticate.
Questa ultima edizione presenta per la prima volta un’ulteriore sezione dedicata alla Digital art, riconoscendo l’importanza crescente dell’interazione tra arte e tecnologia. Roberto Fassone, vince il primo postocon And We Thought, progetto iniziato nel 2021 e attualmente alla sua terza fase, che esplora il concetto di autorialità nell’era dell’intelligenza artificiale, interrogandosi sul potenziale creativo delle macchine e sul loro rapporto con il processo artistico. La sua dialettica concettuale e il suo uso del gioco generativo offrono uno sguardo critico e ironico sul futuro dell’arte.
Il MAXXI BVLGARI PRIZE si conferma come uno dei premi più prestigiosi nel panorama dell’arte contemporanea, testimoniando come arte e altra moda vadano di pari passo.
La mostra è stata curata da Giulia Ferracci ed è in esposizione fino al 9 marzo 2025.
Qui per Memorabile Ipermoda al MAXXI