A Roma z20 Sara Zanin presenta la seconda mostra personale di Marta Roberti intitolata Due mondi – e io vengo dall’altro, a cura di Cecilia Canziani, in esposizione dal 1° marzo al 30 aprile 2025.
La Galleria torna a celebrare la delicatezza intrinseca e rassicurante delle opere di Marta Roberti, che questa volta rielabora le suggestioni del suo ultimo viaggio in Egitto.

Il titolo della mostra, ispirato a una poesia della raccolta Diario bizantino di Cristina Campo, evoca l’incontro tra due mondi – umano e animale – in un equilibrio misterioso e fragile. Come la scrittrice, anche Marta Roberti si identifica nell’altro mondo, esplorando un legame ancestrale che dissolve le divisioni convenzionali e rifiuta la supremazia umana consolidatasi nel tempo.

Per la prima volta nel suo repertorio compaiono gru, pellicani e pesci, talvolta caratterizzati da sfumature ramate e azzurro-argentate, un chiaro omaggio all’antica civiltà fluviale. Come da consuetudine, i soggetti sono privi di sfondi e sembrano fondersi con lo spazio circostante, evocando l’aspetto di una pittura parietale antica. Ne è un esempio emblematico la coppia di ghepardi collocata ai lati dell’ingresso espositivo: la loro postura vigile e simmetrica richiama l’aura solenne delle sfingi nei templi egizi, presenze silenziose che segnano il passaggio verso un altrove.

Le preziose carte adoperate come quella di gelso taiwanese e la seta, con la loro leggerezza impalpabile, rafforzano il confine labile tra i due mondi, una soglia appena percettibile che si dissolve e si ricrea. A fare da eco l’uso della carta copiativa, altro elemento distintivo dell’artista: ogni disegno è un duplicato, un’eco visiva che suggerisce continuità e metamorfosi. La possibilità di assemblare e riassemblare le diverse carte apre a nuove combinazioni, proprio come il processo di proliferazione delle forme di vita.

Attraverso i suoi tratti leggeri, l’artista celebra la natura e gli animali. È a questi ultimi, compagni dell’uomo sin dall’origine dei tempi, che Roberti vuole restituire sacralità e dignità. La sua ricerca visiva si traduce così in un’ibridazione tra umano e animale, una trasformazione che trova espressione nell’autoritratto: il corpo si piega in asana yoga o assume pose animali, lasciando affiorare un istinto che spesso lasciamo trapelare solo nei momenti di vulnerabilità.
Questa sua scelta diventa un’indagine profonda sull’alterità dell’essere umano, in relazione all’ambiente e allo scorrere del tempo. In contrasto con la modernità e i suoi simboli, Roberti adotta un linguaggio visivo essenziale e diretto. Le sue figure femminili, in simbiosi con la natura, rispolverano antiche divinità e archetipi mitologici, celebrando la donna come origine della vita, sorgente di morte e rinascita.
Osservando l’arte di Marta Roberti assistiamo ad un flusso di coscienza, un intreccio di esperienze personali, leggende e rituali provenienti da culture diverse, che restituisce al pubblico con sapienza e sensibilità. L’essere umano non ha confini, se non quelli che si autoimpone: una visione che si spinge oltre il livello individuale per abbracciare un’identità libera dai modelli precostituiti.
La sua ricerca sulla metamorfosi risulta spesso in sintonia con il pensiero filosofico e scientifico, dando vita ad opere che suggeriscono il ritorno a un’armonia perduta, dove il confine tra umano e animale si fa fluido, permeabile.
Questa mostra offe un viaggio visivo e concettuale che invita lo spettatore a interrogarsi sulla propria percezione della realtà, sul proprio posto nel mondo, e su quanto è disposto a lasciar emergere la propria vera essenza.
Qui per i 70 anni di Andrea Pazienza al MAXXI