Balla si è sempre definito uno sperimentalista, nella sua carriera di artista ha attraversato vari cicli. “Nel ‘500 mi chiamavo Leonardo dirà di se stesso”.
Artista geniale, complesso, dal carattere difficile, è stato accompagnato da un marchio di infamia: quello di essere fascista.
Trasferitosi giovanissimo dal Torino a Roma insieme alla madre, nella Capitale risiederà per tutta la vita. Tra le sue mete preferite, Villa Borghese dove passava ore a studiare la luce e i cambiamenti che produceva sul paesaggio.

Roma in quegli anni viveva un intenso periodo culturale e da un punto di vista architettonico stava subendo una profonda trasformazione: si iniziano a costruire i palazzi secondo lo stile che sarà chiamato Umbertino e che rimarrà predominante fino alle sperimentazioni della muratura mista degli anni Trenta che porteranno all’evoluzione del calcestruzzo armato e della relativa possibilità di esercizi stilistici del Razionalismo e del Moderno.


Elisa Marcucci, moglie e musa di Giacomo Balla, ritratta tra il 1907 e il 1908 nell’opera “Il dubbio”, nella sua posa di tre quarti ci suggerisce qualcosa che non si comprende immediatamente e lo fa avvolta in un sensuale gioco di luci e ombre che richiama Caravaggio. La sua espressione dolce, la piega morbida della bocca, lo scintillio negli occhi invitano alla pace interiore, il suo sguardo chiede di fermarci per qualche istante, ed è questa tacita richiesta che ci affascina e ci permette di riflettere.

Protagoniste di questo meraviglioso trittico del 1910 sono la moglie Elisa e le figlie Elica e Luce. Oltre agli “affetti” più cari, protagonista assoluta di questa pittura è la luce, plasmata dalle sapienti mani di Balla per delineare i volti, lasciando in ombra tutto il resto della scena. Una pittura che può sembrare uno scatto e che va a testimoniare quanto Balla guardasse alla fotografia e ai risultati che in quella pratica ottenevano suoi contemporanei come Elio Luxardo e Arturo Ghergo.
Da giovane balla aveva studiato con il ritrattista Giacomo Grosso da cui apprende le prime nozioni sull’uso del colore, che poi andrà affinando lungo tutta la sua carriera artistica.


In “La Pazza” olio su tela del 1905, una figura di donna dall’espressione stravolta si impone al centro della composizione, i suoi gesti disarticolati si stagliano contro il chiarore della luce che entra dalla finestra. Balla applica la sua sensibilità cromatica e luministica per porre davanti allo spettatore la tragedia della follia e dell’emarginazione sociale.
Balla rimane anche affascinato dalla luce elettrica. A Torino nel 1884 era stato inaugurato il primo impianto di illuminazione elettrica in piazza Carlo Felice con 12 lampade ad arco Siemens da 800 candele; nello stesso anno le Ferrovie illuminarono elettricamente la stazione di Porta Nuova e l’ingegnere torinese Enrico progettò l’illuminazione del Teatro Regio.
Umberto Boccioni chiamerà Balla “Giacomo il notturno” per questa sua predilezione di dipingere scene urbane illuminate dalla luce artificiale.
L’utilizzo come soggetto di una lampada elettrica fu una scelta teorica di Giacomo Balla. Era infatti sua intenzione esaltare l’utilizzo dell’energia elettrica e dimostrare che vi era della bellezza anche nell’emissione luminosa di una lampada industriale. Lo stesso artista dichiarò che era sua intenzione dimostrare la superiorità di un bagliore elettrico rispetto all’ispirazione prodotta da un chiaro di luna romantico. Le precisazioni di Balla furono scritte in una lettera indirizzata a Alfred Barr jr, nel 1954, in seguito all’acquisizione dell’opera da parte del MoMA.

“Dinamismo di un cane al guinzaglio” è un’opera diointa da Giacomo Balla nel 1912. Il quadro fa parte della riflessione sul tema del movimento propria dell’autore. Qui viene rappresentato come se si trattasse di una ripresa fotografica (a cui si riferisce anche il taglio della composizione): simultaneamente sono presenti le diverse immagini delle zampe e della coda del cane nella successione determinata dal moto, e lo stesso per le gambe della padrona e per l’oscillazione del guinzaglio. Attraverso il movimento, come attraverso la luce, si dissolve la materialità dei corpi, nonostante essi siano rappresentati realisticamente.

In “Bambina x Balcone” Balla approfondisce il movimento, tipico dell’arte futurista, utilizzando la luce come importante mezzo per rendere in modo ancora più esplicito il dinamismo dei piedi che corrono. La bambina ritratta nel dipinto è la figlia di Giacomo Balla, la piccola Luce di 8 anni. Il balcone inoltre è quello della casa romana che si affacciava su via dei Parioli con la vista sul Parco dei Daini di Villa Borghese.


Giacomo Balla, la finestra di Düsseldorf ovvero la finestra di quella che fu la sua stanza quando andò in Germania per decorare la casa dei Löwenstein, amatori d’arte e degli artisti italiani. Qui è evidente una visione fotografica e immaginativa dell’artista. Il canocchiale in primo piano spinge lo spettatore ad andare oltre, a lasciar vagare lo sguardo. A sognare.
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