Mario Ceroli: artista, scenografo e una passione per il legno che dura da una vita intera.
“All’inizio ho scelto il legno per necessità: ero molto povero e dovevo necessariamente utilizzare materiali di scarto” – dice Mario Ceroli – Ma questa cosa che io sono uno scultore del legno non è affatto vera, perché ho fatto diverse esperienze con i materiali: ho usato il legno, ho fatto ceramiche, ho usato il marmo, ho realizzato cose con il ghiaccio, con l’acqua, ho fatto cose di carta, cose di stoffa”
Mario Ceroli nasce a Castel Frentano in provincia di Chieti e a 10 anni si trasferisce a Roma con la sua famiglia. Artista poliedrico e molto complesso, inizia il suo percorso artistico quasi per caso.
“Mio padre e mia madre volevano fare di me un impiegato dello Stato (…) mi hanno iscritto alla Scuola Galileo Galilei che comprende tre sezioni: l’Istituto Tecnico, l’Istituto Tecnico Industriale e l’Istituto d’Arte. Mia madre una mattina mi ci ha portato. Aveva paura a prendere l’ascensore e siamo saliti a piedi. Al primo piano c’era l’Istituto d’Arte, la mamma era stanca, si è fermata e mi ha iscritto a quell’Istituto.“
All’Istituto d’Arte lavora sotto la guida di Leoncillo Leonardi, Pericle Fazzini e Ettore Colla, dove sperimenta l’uso della ceramica. Tiene una prima mostra di ceramiche nel 1958.
Gli anni ’60 sono per lui decisivi.
Ceroli si appassionò molto alla Pop Art statunitense ed in particolare ai lavori di Louise Nevelson e Joe Tilson, le cui influenze saranno presenti nelle sue opere, in particolare nelle sue celebri silhouette. Una delle opere di questa tipologia, Cassa Sistina, è stata anche premiata alla Biennale di Venezia nel 1966.


Dal settembre 1966 al giugno del 1967 Ceroli si trasferisce negli Stati Uniti a nell’aprile tiene una personale presso la Bonino Gallery di New York, dove espone Farfalle. Altro grande capolavoro di quegli anni è La Cina, del 1966.
Nel 1969 Ceroli realizza Io, piramide di ghiaccio: una piramide di mattoni di ghiaccio al cui vertice pende una sfera di acciaio che contiene carbone ardente.
Nel corso degli anni settanta fino ai novanta, “rivisita” opere di Michelangelo, Leonardo, Botticelli, Paolo Uccello, de Chirico, Goya e capolavori quali i Bronzi di Riace.
Gli anni ’80 segnano la ricerca del tema sul “tuttotondo”, della matericità sferica, con opere che rappresentano un dialogo costante con l’ambiente: a questi anni risalgono La Porta (1981), Il Cenacolo (1981), Uomo Vitruviano (1987), Casa di Nettuno (1988), Maestrale (1992), Applausi (1992).



Palazzo Citterio a Milano ha aperto il 7 dicembre una grande mostra dedicata a Mario Clerici con opere inedite per poi approdare, in forma rivisitata, a Roma.
Gli anni duemila vedono Ceroli impegnato in una continua commistione di elementi naturali, legno e cenere, legno, cenere e lamine d’oro.
Sono del 2007 opere come La nuda verità, Guerriero Frentano: figure umane intagliate nel legno e cosparse di cenere, a simboleggiare l’essere umano che si fonde con la natura. Il 2007 è anche l’anno che vede che la realizzazione della maestosa opera Paolo e Francesca, con la ricomparsa del tema della scala: figure umane si stagliano su una scala, ai piedi cumuli di colore variopinto.
Le Mostre di Mario Ceroli a Milano e a Roma
Erano i pini del suo giardino, appena fuori Roma: attaccati dalla Cocciniglia tartaruga, erano morti, e Mario Ceroli, 86 anni, un’energia e una creatività indomabili e una volontà mai spenta di sperimentare, ne ha ricavato un’opera d’incredibile potenza visiva e simbolica. Se a Roma questi suoi lavori saranno intercalati da opere dei decenni passati, scelte da Biasini Selvaggi, curatore della Mostra, fra le più incisive del suo lungo percorso («meglio se poco note: tenevo a mostrare un Ceroli totale», scrive), nella Sala Stirling di Palazzo Citterio, il progetto è più «rischioso». Qui sono esposti infatti non i lavori più noti, ma solo opere inedite, realizzate quest’anno per l’occasione, poste intorno alla monumentale installazione, inedita anch’essa e site specific, realizzata con una quarantina di tronchi dei pini uccisi dal parassita. Un tempio della natura da percorrere e attraversare, che l’artista ha intitolato «Venezia», perché «la città lagunare, spiega Biasini Selvaggi, lo accoglie appena ventottenne e partito da zero dall’entroterra abruzzese, per esporre alla Biennale del 1966, dove vince con la “Cassa Sistina” (oggi al Centre Pompidou di Parigi) il Premio Gollin, che gli darà la fama e la precoce affermazione internazionale. Ma “Venezia” è anche una meditazione sulla bellezza, sull’unicità della Serenissima e, soprattutto, sull’incredibile ingegneria alla base di questa città sull’acqua, esito di quell’alleanza stretta fra uomo e natura che lui pone da sempre alla radice del suo lavoro. Ceroli è stato antesignano di quell’intersezione tra arte, ecologia, riutilizzo dei materiali, che ha adottato ben prima che s’imponesse». (Giornale dell’Arte).
Per la XXII edizione di PescarArt con Manera, Ceroli, Gioia, Basilè, Costanzo qui