Una Ischia ancora incontaminata, vissuta nei mesi in cui il turismo le lascia una tregua e la riconsegna ai suoi abitanti, quando la luce della sera mette in risalto la magia delle spiagge deserte. Suggestioni in bianco e blu di questa isola a carattere vulcanico formatasi in seguito ad eruzioni diverse succedutesi nel giro di 150.000 anni.
E’ questa la terra che Urspeter Geiser, svizzero di nascita, infaticabile viaggiatore della nostra penisola, ritrae nei suoi poetici scatti, sin da quando, nell’ottobre del 2023, decide di trasferirsi qui.
Lo abbiamo incontrato per una intervista.
Come sei arrivato ad Ischia?
Sono arrivato ad Ischia per la prima volta 15 anni fa in vacanza; me ne innamorai subito e decisi che per la pensione sarei venuto a vivere qui. E così è stato. Mi sono trasferito definitivamente 14 mesi fa e qui mi trovo benissimo. Sono svizzero di nascita e in quest’isola ho trovato un calore incredibile, ormai faccio parte della comunità locale. In questa terra ho trovato il compromesso che cercavo tra la quiete della mia casa, lontana dai punti più turistici e la simpatia e affabilità dei suoi abitanti.
Noi siamo abituati a vedere questa terra in condizioni di sovraffollamento durante il pieno della stagione turistica. Ma esiste un’altra Ischia?
Si ed è molto interessante. L’inverno è la stagione più bella e quella che preferisco. Anche i locali sono molto più rilassati; il tempo scorre più calmo, lontano dal ritmo frenetico dei mesi estivi. C’è tempo per i rapporti umani, per gli scambi tra le persone. Quello che mi affascina è la possibilità che ho di vivere una realtà che non c’è più: il lavoro dei pescatori, quello dei tanti artigiani presenti sull’isola. Un quotidiano molto diverso da quello che caratterizza ad esempio Capri.



Preferisci ritrarre nei tuoi scatti i luoghi o le persone?
E’ una domanda difficile. Mi interessano le persone ed in modo particolare la realtà nella quale si trovano, anche se poi ritraggo molto i paesaggi.

Preferisci scattare di giorno o di sera?
Sicuramente di giorno con la luce naturale che mette in risalto le sfumature e i contorni di questa terra dalla magia e dal fascino così intensi.

I Greci chiamarono la loro colonia sull’isola Pithekoussai (Πιθηκοῦσσαι), da cui derivò la denominazione latina Pithecusa. La denominazione ha etimologia incerta. Secondo Ovidio il nome deriverebbe da pithekos, scimmia, e alluderebbe al mito dei Cercopi, abitanti delle isole flegree trasformati da Zeus in cercopitechi. Più verosimile l’interpretazione di Plinio il Vecchio che fa invece derivare il nome da pythos, anfora, teoria suffragata da ritrovamenti archeologici che testimoniano la produzione greco-italica di ceramiche (e in particolare di anfore da vino) nell’isola e nel golfo di Napoli.
È stato anche proposto che il nome descriva una caratteristica dell’isola, ricca di pinete. “Pitueois” (ricco di pini), “pituis” (pigna), “pissa, pitta” (resina) appaiono termini descrittivi dai quali potrebbe derivare Pithekoussai, che significherebbe dunque “isola della resina”, una importante sostanza usata, tra l’altro, per rendere impermeabili i vasi vinari.
Leggende suggestive ispirate anche alle tradizioni artigiane che ancora riescono a sopravvivere in quest’oasi.
E di Napoli cosa pensi?
Napoli è i suoi abitanti. Il caos, la vivacità, culture e lingue diverse che si mescolano nei suoi vicoli. Mi piace visitarla, ma mi piace altrettanto rientrare la sera in questa che è diventata la mia terra.
All photo credits Urspeter Geiser
Qui per il nostro articoli Ciro Pipoli la napolitanità degli scatti