Il 19 novembre 2015 vennero trafugate dal Museo Civico di Castelvecchio a Verona capolavori di Rubens, Bellini, Pisanello, Mantegna e Tintoretto per un totale di 17 opere dal valore complessivo di circa 15 milioni di euro.
Le indagi appurarono che il furto di Castelvecchio, attentamente pianificato, fu organizzato da una banda criminale costituita da uomini di origine moldava e italiana. Le registrazioni effettuate dalle telecamere di sorveglianza mostrarono tre uomini a volto coperto che penetravano nel museo senza che scattasse alcun allarme; le indagini svelarono poi che il vigilante della sicurezza era a tutti gli effetti un membro della banda che aveva fornito tutte le informazioni affinché il commando riuscisse ad entrare impunemente e avere a propria disposizione il tempo necessario alla sottrazione delle opere.

Le indagini fin da subito seguirono la pista dell’Europa dell’Est. A seguito del furto vennero individuate e tracciate tutte le telefonate effettuate tra Verona e Brescia, dove fu abbandonata la vettura usata dai malviventi per il trasporto delle opere e, successivamente vennero controllati migliaia di tabulati dal momento che i ladri cambiavano di continuo le schede telefoniche.
Il 15 marzo 2016 il lavoro incessante degli investigatori portò i primi risultati; vennero infatti arrestate cinque persone in Moldavia e sette in Italia ma le tele rimasero in possesso di due criminali intanto giunti in Ucraina.
Il lavoro congiunto tra le autorità moldave, italiane ed ucraine portò al ritrovamento della refurtiva all’interno di sacchi di plastica nascosti sotto i cespugli di un’isola situata in un’ insenatura del fiume Dnestr ad Odessa.
Nonostante il felice esito dell’operazione, le procedure di rimpatrio delle opere sono talmente tanto lente e farraginose che lo Stato italiano invia alle autorità ucraine una lettera di Assistenza Legale Reciproca per accelerare la restituzione.
Seguirono a questo punto una serie di polemiche: le autorità ucraine confermarono che le opere recuperate dalle forze speciali della polizia ucraina erano state inizialmente depositate presso la residenza dell’allora Presidente Petro Poroshenko e successivamente presso il Museo d’Arte Occidentale e Orientale Bogdankhamenko, ma poi venne persa la traccia di dove fossero custodite le opere e le tempistiche di rimpatrio si allungarono a tal punto che vennero indirizzate al Capo di Stato ucraino denunce per appropriazione indebita e ricettazione.
Finalmente la vicenda giunse all’epilogo il 21 dicembre 2016 con la restituzione delle opere al Museo di Castelvecchio e le condanne dei criminali con pene comprese tra un anno e 8 mesi e 10 anni.
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