“Tra tutti, Van Gogh è l’artista che più mi fruga nelle ferite. Ci sparge sopra il sale di un’arte stupefacente, ma sottosopra”. (Anonimo)
Una parte del mondo dell’arte ha tratto ispirazione dall’uso di alcol e droghe per dipingere opere che sono oggi veri capolavori. Certo è che le conseguenze pagate da questi “artisti maledetti” sono state talmente tanto devastanti da averli condannati a destini, in molti casi, senza scampo.
Vincent Van Gogh era dedito all’assenzio ritratto spesso nei suoi quadri, ma anche alla digitale, uno stupefacente che provoca in chi l’assume dei cambiamenti nella percezione dei colori. Molti critici ritengono che i “Girasoli” con la predominanza dei toni giallo e ocra fosse stato dipinto sotto l’influenza dello stupefacente. Una delle sue opere più note inoltre, un ritratto del dottor Paul-Ferdinand Gachet, mostra il suo medico personale accanto a una pianta di digitale.


Picasso venne introdotto all’uso dell’oppio da adolescente e continuò a farne uso per quasi trent’anni. Si ritiene che il suo periodo blu sia stato influenzato dal suo uso di oppio, poiché la serie è caratterizzata da una allure di malinconia, depressione e sofferenza.
Picasso venne introdotto per la prima volta alla cocaina dalla sua amica Gertrude Stein, scrittrice e collezionista d’arte americana, nota anche per i suoi esperimenti con le droghe. La relazione della Stein con lo stupefacente durò quasi tre decenni, fino a quando non ebbe una serie di ictus negli anni ’30, che la lasciarono parzialmente paralizzata. La cocaina rese Picasso lunatico e difficile da gestire, causandogli molti problemi nelle sue relazioni personali. Negli anni ’30, Picasso iniziò ad avere problemi di salute mentale correlati al suo uso di cocaina, che alla fine lo portarono a disintossicarsi. Durante gli anni ’40 Picasso non era più dipendente dalla cocaina ma iniziò a bere. I suoi modi violenti e aggressivi ebbero ripercussioni nel rapporto con la moglie e con i figli. Nonostante le sue lotte contro la dipendenza, Picasso visse fino all’età di 92 anni.


Come molti artisti dell’epoca, Warhol sperimentò droghe come LSD e marijuana, ma lo stupefacente a cui ricorreva più spesso erano le anfetamine. Mentre le droghe erano parte integrante della pop culture di quegli anni, l’uso delle anfetamine è legato ai problemi che l’artista aveva con la propria immagine corporea.
Warhol faceva uso anche di Obetrol, una pillola dietetica contenente metanfetamina. Le anfetamine consentivano a Warhol di lavorare più a lungo senza dormire, aumentando la sua produzione creativa, ma lo aiutavano anche a mantenere la sua figura snella.
Lo stesso Warhol riconobbe il legame tra la sua arte e la cultura della droga; in un’intervista, affermò: L’arte è ciò con cui puoi farla franca, e penso che usare anfetamine sia un modo per farla franca. Le sperimentazioni di Warhol le droghe finìrono tragicamente nel 1987, quando morì a causa di complicazioni dovute a un intervento chirurgico alla cistifellea.
Abbiamo già parlato della dipendenza di Jean-Michel Basquiat morto d overdose a soli 27 anni.
Nella performance “Rhythm 2” Marina Abramovic assunse, in due fasi differenti, farmaci per indurre uno stato catatonico e successivamente forti stimolanti per provocare una forma di alterazione della percezione della realtà.


Jackson Pollock lottò con un’infanzia difficile che ebbe pesanti ripercussioni nei suoi comportamenti quotidiani. Iniziò a bere giovanissimo, suo padre, che aveva anche lui problemi di alcol, abbandonò la famiglia quando Pollock aveva solo 8 anni, fluttuando dentro e fuori dalle vite dei suoi figli per anni.
Il ritmo febbrile delle opere d’arte di Pollock riflette la lotta che l’artista ha dovuto affrontare dentro di sé. Ha combattuto contro la depressione e almeno un medico gli ha diagnosticato una schizofrenia borderline. Pollock beveva notoriamente per sopravvivere, fino a che, ubriaco, non si schiantò in auto a 44 anni provocando la morte di una delle due ragazze che erano con lui.

Rothko durante la sua vita ha lottato con una serie di difficoltà, tra cui l’antisemitismo matrimoni e relazioni personali difficili e depressione. Abusava di alcol, psicofarmaci: Sinequan e Valium soprattutto.
La sua disperazione andò via via aumentando, si chiuse nella più struggente solitudine, finchè, logorato nel corpo e nell’anima da anni di profonda depressione, una mattina di febbraio del 1970 Rothko si tolse la vita, tagliandosi le vene dopo aver ingerito due flaconi di sonnifero.
Qui per arte e droga una enigmatica connessione