“Con il traffico di opere d’arte ci manteniamo la famiglia” scrisse in un pizzino il boss della mafia Matteo Messina Denaro
Il traffico d’opere d’arte insieme a quello delle armi e della droga come fonte di ricchezza per la mafia.
A trasmettere a Matteo Messina Denaro il fervore dell’arte (o forse sarebbe più corretto chiamarla utilità) è suo padre, Don Ciccio. Secondo i racconti del pentito Giovanni Brusca, Francesco Denaro fu uno dei primi “tombaroli” a saccheggiare l’area archeologica di Selinunte. Gli oggetti trafugati poi passavano in Svizzera per finire nelle collezioni prestigiose di acquirenti privati e pubblici (tra loro anche il Getty Museum di Malibù).
A fare da intermediario, per i Messina Denaro un certo Gianfranco Becchina, originario di Castelvetrano e proprietario di una Galleria d’arte a Basilea. Becchina avrebbe rifornito di «pezzi» di provenienza illecita musei di fama mondiale come il Louvre, il MoMa, il Met e molti altri. La sua galleria, la Palladium Antike Kunst, non esiste più, e molti musei hanno dovuto restituire all’Italia i reperti trafugati dai «tombaroli», soprattutto nel sito archeologico di Selinunte.
Qualche anno fa infatti ben 5.361 reperti archeologici dal valore di circa 50.000.000 di euro, sono stati definitivamente restituiti allo Stato, al termine di una complessa indagine e vicenda giudiziaria internazionale. I beni risalenti a un vastissimo arco temporale, compreso tra il VIII sec. a. C. e il III sec. d. C., provenivano da scavi clandestini effettuati dalla mafia in diverse regioni d’Italia: Calabria, Campania, Lazio, Puglia, Sardegna e Sicilia”.

Per la criminalità organizzata, il traffico e il furto di opere d’arte e di reperti archeologici è meno rischioso di altri (minore sorveglianza e tracciabilità, pene inferiori, facilità di accesso ai siti spesso troppo esposti per mancanza di personale), ma è stato anche uno strumento molto importante per affermare con autorità un potere intimidatorio nei confronti dello Stato: secondo diversi racconti, gli obiettivi per gli attentati stragisti del 1993 furono scelti da Matteo Messina Denaro con un preciso criterio basato sul valore storico-artistico e simbolico dei luoghi colpiti: i Palazzi Lateranensi e il Velabro a Roma, Via dei Georgofili vicino gli Uffizi a Firenze, Via Palestro sotto il Padiglione d’Arte Contemporanea a Milano.
Per la ricostruzione dei traffici hanno avuto un ruolo importante i collaboratori di giustizia.
Brusca, in particolare, nel confermare gli interessi economici dei Messina Denaro nel traffico dei reperti archeologici, ha raccontato che fu lo stesso Totò Riina a indirizzarlo dall’ex latitante di Castelvetrano, quando, nei primi anni Novanta, ebbe necessità di procurarsi un importante reperto archeologico, che avrebbe voluto scambiare con lo Stato italiano, per ottenere benefici carcerari per il padre.
A dire di Brusca i trafficanti d’arte legati a Mesima Denaro avrebbero avuto la loro base in Svizzera.
Inoltre, secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia Gerano, a Basilea Matteo Messina Denaro avrebbe voluto avviare alcune attività economiche, impiegando proventi delle attività illecite della famiglia mafiosa.
Sempre a Basilea, secondo diverse risultanze giudiziarie, si sarebbe recato più volte lo stesso Matteo Messina Denaro e altri appartenenti alla sua cosca mafiosa, per acquistare illegalmente armi da guerra.
Si ritiene che Messina Denaro deceduto nel 2023, abbia lasciato la sua fortuna investita proprio in Svizzera, in modo da sfuggire a confische.
Qui per i furti d’arte più celebri della storia