Il fotografo brasiliano Sebastião Salgado è morto oggi a Parigi, all’età di 81 anni. Lo ha annunciato l’Accademia delle Belle Arti francese, di cui era membro. “Laurent Petitgirard, segretario perpetuo, i membri e i corrispondenti dell’Accademia delle belle arti annunciano con immensa tristezza la morte, venerdì 23 maggio all’età di 81 anni, del loro confratello Sebastião Salgado”, ha scritto l’Accademia, che lo aveva eletto tra i suoi nel 2016 come “grande testimone della condizione umana e dello stato del pianeta”.
Economista di formazione, fotografo per vocazione, testimone per scelta, Salgado ha raccontato il mondo attraverso il bianco e nero, trasformando la sofferenza in memoria e la bellezza in coscienza. Non ha scattato fotografie per fermare il tempo, ma per attraversarlo. Non con la fretta del reporter che rincorre l’attualità, ma con il passo lento e solenne del testimone, dell’uomo che guarda in faccia la sofferenza, la bellezza, la dignità, e la trasforma in racconto visivo. Con la sua morte il mondo non perde solo il grande fotografo brasiliano che dal 1994 viveva tra la capitale francese e la sua terra natale, ma uno dei suoi occhi più profondi: un poeta della luce e dell’ombra, capace di elevare la realtà a memoria collettiva.
I suoi scatti non sono scene, ma storie. Ha dato volto agli invisibili, voce al silenzio, paesaggio all’umanità intera. Dalla siccità del Sahel alle miniere d’oro del Brasile, dai deserti africani alle giungle dell’Amazzonia, ha attraversato la Terra come un pellegrino della verità, con in mano una macchina fotografica e nel cuore un solo credo: raccontare con rispetto. “La mia fotografia è un atto di testimonianza. È un modo per dire: io c’ero. E questo è ciò che ho visto”, diceva Sebastião Salgado del suo lavoro.
Da passione amatoriale, in breve tempo la fotografia per Salgado divenne una vocazione e un progetto di vita. Salgado trovò subito una nicchia di cui divenne protagonista, documentando come i cambiamenti ambientali, economici e politici condizionano la vita dell’essere umano. Ha lavorato su molti dei principali conflitti degli ultimi 25 anni, ma la sua opera più famosa rimane probabilmente “La mano dell’uomo”, un colossale progetto sul’uomo e sul lavoro, realizzato in 6 anni attraverso 26 paesi, una delle più importanti opere fotografiche del dopoguerra.
A metà degli anni ’90, profondamente toccato dalla crudezza delle scene viste durante il genocidio in Ruanda, Salgado decise di dedicarsi ad un progetto ambientale presso l’hacienda di famiglia in Brasile. Contemporaneamente, spostò la sua attenzione di fotografo sulle tematiche ambientali, ed iniziò a lavorare al progetto “Genesis” che lo porterà ad abbandonare le sue caratteristiche di ritrattista, ed a realizzare un colossale omaggio al Pianeta, rappresentando animali e paesaggi non ancora contaminati dal progresso umano. Questa trasformazione nella sua carriera, è stata raccontata splendidamente nel film-documentario “Il sale della Terra” di Wim Wenders.
Durante alcuni viaggi per conto dell’Organizzazione Mondiale del Caffè, inizia a conoscere l’Africa e a capire che per trovare delle soluzioni ai problemi del Terzo Mondo, bisogna prima testimoniare. Lo strumento che utilizzerà per adempiere a questa missione sarà la macchina fotografica. Così, nel 1973, lascia il lavoro ed inizia un viaggio di tre anni che lo porterà a girare per tutta l’Africa con una nuova professione: fotografo. Contrariamente ai fotografi di “news”, però, Salgado preferisce non correre dietro all’attualità immediata, ma andare dove non succede nulla se non la persistenza di una situazione, critica o semplicemente peculiare. La prima cosa da cui inizia è la siccità nel Sahel.
Con la fine del XX secolo i lavori tradizionali e manuali iniziano rapidamente a sparire, soppiantati progressivamente dall’avvento delle nuove tecnologie. “La mano dell”uomo” è un grande omaggio alla condizione umana ed al lavoro che Salgado realizza raccontando per immagini questo passaggio epocale. Dalle miniere d’oro del Brasile ai pozzi di petrolio del Golfo Persico, dalla Manica alle miniere di zolfo Indonesiane, Salgado è sempre lì, pronto a immortalare in 35 mm il dramma e la disperazione ma soprattutto, la dignità dei lavoratori. Salgado era considerato un ottimo fotogiornalista fino alla pubblicazione de “La mano dell’uomo”, ma quest’opera colossale lo ha collocato in una dimensione ancora più ampia .
All’inizo degli anni ’90 Salgado inizia un viaggio lungo sette anni per dare vita al progetto “In cammino”, durante il quale visiterà quaranta paesi per testimoniare gli esodi che affliggono il Pianeta. Nonostante i 20 anni di carriera già alle spalle, quest’esperienza si rivelerà traumatizzante per Salgado: “Quello che ho visto durante il genocidio ruandese mi ha fatto perdere la fede nell’uomo e nel mondo. Alla fine di questo percorso stavo male, la mia salute era a pezzi”.
Decide di tornare in Brasile e dedicarsi ad uno dei più grandi progetti ambientali mai realizzati. Nella terra di proprietà della famiglia da inizio ad un opera di riforestazione che lo porterà a piantare più di due milioni di alberi ed a ricreare un ecosistema ormai scomparso. Abbandona momentaneamente la fotografia fino a quando, ispirato anche da questa esperienza, si lancia nel progetto “Genesi”. Inizia a viaggiare in lungo e in largo per il pianeta, alla ricerca di quei luoghi non ancora intaccati dall’uomo, dove è ancora possibile catturare immagini che evocano tutta la bellezza e la potenza della natura.
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