L’insonnia è il confronto estremo con il sé, dove il nostro io incombe a dominare interamente i pensieri. Un occasione invitante per i doppelganger, quando i nostri sé repressi potrebbero staccarsi, rivestirsi delle nostre paure e dichiararsi in tutta la loro mostruosità.
Alcuni di voi ricorderanno uno tra i video degli anni ’80 più interessanti da questo punto di vista: “Lullaby” dei Cure che vede protagonista il cantante Robert Smith sdraiato sul letto in un pigiama a righe, con la coperta tirata su fino al mento. Smith contina a guardare nervosamente l’orologio sul muro che segna le 10.15 pm, non molto tardi in verità ma si tratta di un esplicito riferimento al 10.15 Saturday Night della band, mentre un grande e inquietante ragno striscia sul muro. L’orologio diventa la ragnatela, i movimenti del ragno lo strisciare del pensiero. Vediamo che il ragno indossa il volto di Smith. Hanno gli stessi enormi occhi cerchiati di carbone e i capelli cotonati. Lui è il ragno; il ragno è lui. Immobilizzato dalla paura, Smith lancia un’occhiata ai suoi compagni di band che continuano a suonare come automi. Tutti, tutto, vengono soffocati dalle ragnatele finché, alla fine, gli arti di Smith sono indistinguibili da quelli del ragno, i suoi due sé si fondono mentre lui svanisce nella bocca pelosa. Incubo oppure oblio?
Nella storia dell’arte il letto disfatto di Eugène Delacroix racconta di notti disturbate da incubi mentre tra le lenzuola non si trova pace.

Francisco Goya pittore e incisore spagnolo della seconda metà del Settecento, nel 1797 realizza “Il sonno della ragione genera mostri“, un’incisione all’acquaforte e acquatinta.

Come suggerisce il titolo dell’opera, questa è divisa in due parti: sonno e mostri. Con il sonno, la ragione scompare e la mente del dormiente si affolla di figure negative. La mente stessa genera un incubo composto da minacciosi uccelli notturni (gufi) e da un feroce felino (lince) che guarda verso l’osservatore.
Soffrì d’insonnia Anton Zoran Mušič, uno dei pochi artisti moderni ad aver vissuto in prima persona l’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Internato nel campo di Dachau nel novembre 1944 perché aveva rifiutato di arruolarsi nelle SS, trascorse il resto della sua vita tormentato da ossessioni e insonnia.
Non c’è sonno che non contempli l’insonnia. L’artista e psicoanalista Cesare Petroiusti nel 2012 tenne alla Fondazione Ratti di Como, il workshop Sogno d’Insonnia, riflettendo sulle sue personali esperienze intorno alla zona perimetrale al sonno: “Una delle cose più fastidiose dell’insonnia è il fatto che spesso mi arresto ad uno stadio intermedio in cui avverto il sonno come molto vicino, ma ho anche la sensazione che la coscienza non riesca a ‘sganciarsi’ del tutto”. L’obiettivo era solo uno: descrivere nella maniera più vivida le visioni a loro modo oniriche che compaiono a ognuno di noi in questo stato di dormiveglia.
Numerosi artisti hanno fatto ricorso all’“ipnagogia” o N1, che di solito dura appena pochi minuti. Come riuscirci? Dalì ed Edison, a quanto pare, tenevano in mano un oggetto (un cucchiaio o una chiave, per esempio), in modo tale che nel momento in cui stavano per addormentarsi profondamente questo cadesse a terra facendo rumore e risvegliandoli all’improvviso.
Nella fase N1 si riescono a immaginare forme, colori e addirittura frammenti di sogni e, nello stesso momento, avere contezza di quello che sta succedendo nella stanza dove si dorme. “Gli esseri umani passano circa il 5% di tutto il sonno notturno nella fase N1”, spiega Delphine Oudette, ricercatrice al Paris Brain Institute, “eppure questa fase è ancora poco studiata e sottovalutata, soprattutto tenendo conto del fatto che potrebbe essere il ‘cocktail ideale’ per la creatività artistica”.
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