
Ho camminato su sentieri di fuoco, ho superato montagne fiammeggianti, ho percorso strade ardenti per scendere fino alle tenebre della mia anima .
Ho attraversato terre scure, ho incontrato pianure brune di fango indurito, terre cupe di terra nera senza erba né alberi, alla ricerca di una luce che non arrivava.
Ho sognato nuvole turchesi di cieli al tramonto, riflessi di luna splendente nel vespro, soffi di vapore rispecchiati sull’acqua per scoprire i segni del cielo della sera.
Mi sono immerso nel profondo degli oceani, ho congiunto i fili che uniscono il labirinto delle onde, ho calcolato nuove rotte sui mari desolati, e sulla tua traccia dipinta ho ritrovato infine la strada del ritorno. (Lorenzo Canova)
Entrare nello studio di Nino De Luca significa attraversare una immaginaria linea di confine, per ciò che il luogo rappresenta all’interno della toponomastica della città e, in modo altrettanto significativo, perché si avverte netta la sensazione di essere accolti in una dimensione in cui la partitura dello spazio e del tempo segue regole completamente diverse da quelle a cui siamo abituati.
Lo studio è situato all’ultimo piano di Palazzo Castelli Cannella che Enrico Castelli, ingegnere e poliedrico artista, concepì come una residenza d’artista, qui vi stamparono le loro opere artisti eccellenti come Afro, Gentilini, Maccari, Vespignani; qui Burri esegue le sue prime bruciature, siamo a metà degli anni ’50 quando il Maestro, rientrato da New York, inizia a sperimentare le prime combustioni. Un luogo, Palazzo Castelli Cannella, che continua a conservare, dopo quasi settant’anni, un fascino immutato; una volta in aperta campagna, poi al centro, eppure al tempo stesso defilato nella zona industriale di via Prenestina, e infine di fronte a quel Mattatoio che poi nel 2009 sarebbe diventato il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz.

Tra i testimoni della storia di Palazzo Castelli Cannella, lo scultore Bruno Canova, straordinario artista internato in gioventù in un campo di lavoro nazista per il suo impegno partigiano e che, utilizzando il suo personale linguaggio, ha contribuito in prima persona a preservare il grande mosaico della memoria: gli orrori della guerra e della Shoah.
In questo luogo così intensamente ricco di storia, di arte e di esperienze vissute ci accoglie Nino De Luca.

All’ingresso dello studio tantissime sono le locandine che documentano un’attività espositiva iniziata alla fine degli anni ’80 e che ha portato De Luca ad esporre in importanti sedi istituzionali in Italia e non solo: Pescara, Gaeta, Fermo, Roma – Macro Asilo, Napoli, Malta, New York, Hyeres, Bucarest, Lubiana, Miami, Accra, Istanbul, Sibiu, solo per citarne alcune.


Nello studio l’artista ha allestito un percorso espositivo che è allo stesso tempo un viaggio nel concettuale; un progressivo immergersi in un blu declinato in sfumature che sembrano essere infinite. Man mano che gli occhi si abituano, lo spettatore si soprende nel trovarsi alla ricerca di quella linea dell’orizzonte che scandisce il tempo e lo spazio dell’artista ma che al tempo stesso si rivela una partitura che ognuno di noi ha dentro e che inaspettatamente emerge.
E’ sorprendente notare come già nei primi studi che Nino De Luca compie sul territorio, vi sia una visione paesaggistica che diventa, nell’opera, struttura stessa.

Ed esiste gia allora quella linea dell’orizzonte che poi sarà sempre, nell’opera di De Luca, elemento centrale e imprescindibile della composizione. Un orizzonte che è in primis una linea divisoria tra spazi e tempi: una partizione che non esiste nella realtà ma è una traccia, un’astrazione che l’artista percepisce con la mente, ancor prima che con l’occhio. Sono “non luoghi” in cui lo spettatore si perde e si ritrova, campi metaforici in cui mettersi in ascolto del proprio sé, sospesi in uno spazio intimo e a volte sconosciuto ma che, abbandonadosi, diventa via via familiare.

Nei primi lavori da adolescente l’artista intuisce che lo spazio paesaggistico è in sintesi formato da 3 elementi essenziali: la terra su cui muoviamo i nostri passi, il cielo che è sopra di noi a sovrastarci e il mare che si estende a perdita d’occhio nel mentre e nel mezzo. Tre partizioni che, via via che Nino De Luca si concentrerà sul concettuale, diventeranno metafore attraverso cui rappresentare una sensazione, un fatto vissuto, un evento intimo, una tragedia moderna. Nino De Luca non racconta nelle sue opere un luogo preciso, o uno scorcio paesaggistico esistente; narra nei primi lavori l’atmosfera dei luoghi, la luce, a volte l’impermanenza: ciò che è destinato a cambiare e una dimensione spazio tempo in cui ambedue questi concetti, nella sensibilità dell’artista, viaggiano paralleli.

Potremmo definire i luoghi come “condizione dell’animo” .
E’ la metabolizzazione dello spazio e di come ogni individuo la affronta in modo differente, ad affascinare l’artista all’inizio del suo percorso espressivo, ma con il passare del tempo De Luca comprende che ha bisogno di andare oltre, di trovare come punto di esplorazione del suo concettualismo uno spazio immaginifico differente; una nuova linea dell’orizzonte.

“Ad un certo punto avverto un nuovo input di ricerca ed inizio ad esplorare il Mediterraneo, come fenomeno sociale, ambientale, umano, politico, come spazio comune di incontro tra genti, come fenomeno di storia condivisa”. Uno spazio di atroci confilitti e continui flussi, un luogo di contraddizioni, di oscure profondità e superfici di azzurri sfumati, mai uguale a se stesso: oggi spesso teatro e testimone involontario di una strage, ma un tempo culla di civiltà.

Nino De Luca restituisce al “mare nostrum” il suo significato primitivo, lontando da quelle immagini stereotipate che lo vogliono simile ad un brand, a un prodotto turistico instagrammabile. Il Mediterraneo, nella visione dell’artista, diventa un luogo di incrocio di anime, di esperienze, di voci che sussurrano, a volte gridano ma comunicano sempre, nel senso più profondo del termine.
Ma esiste anche un dramma che continua giorno dopo giorno. Ed è la tragedia di coloro che il Mediterraneo lo attraversano con un pugno di speranze. Immagini senza volto e troppo spesso senza voce, che si susseguono sugli schermi dei vari notiziari destinati ad essere solo un numero, che continua inesorabilmente a crescere. “Nel 2013 l’artista, scosso dalla catastrofe di Lampedusa, crea “Blu Profondo” ciclo di dieci opere su carta in cui le garze poste al centro del foglio sono ritratti e lapidi di singole persone, i lembi dei loro vestiti fluttuanti nell’acqua gelida, le loro anime lacerate, i loro corpi in una lenta caduta verso il buio”. (Velia Littera)


L’orizzonte si distende sul blu profondo
Molti uomini hanno sognato di raggiungerlo
alcuni
sono riusciti anche a toccarlo.
Troppe anime però
sono state costrette a rinunciare
a credere al grande sogno
e nel blu profondo
hanno lasciato ogni speranza.
Ma le loro anime
sempre vive
saranno àncore pesantissime
nella coscienza dei responsabili
indifferenti. (Nino De Luca)



L’elemento arancio rappresenta nell’opera il tassello vivente dell’anima, la parte che dà testimonianza di una positività, di una speranza, di una essenza importante, la viva impronta di coloro che hanno attraversato il Mediterraneo con un sogno, un desiderio, una illusione. Il battito del cuore.

Si ha la sensazione davanti alle opere di De Luca che l’artista tenda una mano allo spettatore per invitarlo ad entrare in una dimensione nuova, al di fuori della propria comfort zone; sono opere che “accolgono” che invitano al confronto, molto spesso con se stessi. “Gli spazi che tento di rappresentare non sono altro che luoghi di meditazione e riflessione personali dove ogni spettatore, filtrando il concetto dell’artista, può – se lo desidera – soffermarsi, alla ricerca di un valore spirituale personale. La possibile duttilità di visione e di interpretazione è uno degli elementi cardini del mio linguaggio artistico”.
Questo è il motivo per cui ultimata la visita presso lo studio, si avverte netta la sensazione di non essere arrivati a una conclusione, bensì ad un inizio; guarderemo con altri occhi il paesaggio, ci sorprenderemo a spingerci più in là, oltre il campo visivo, a cercare quelle partiture nel ricordo, nelle sensazioni che affiorano, o in un progetto futuro. Un tempo che è movimento in uno spazio costituito da momenti non ripetibili che si modificano continuamente.
Appare evidente, analizzandone il percorso artistico, l’imprescindibile volontà da parte di Nino De Luca di arrivare ad una sintesi; essenza, immagine, linguaggio sono connotativi dell’opera. E’ un’arte che va al di là degli estetismi formali, non ha bisogno di riprodurre la realtà poiché è essa stessa significante nella propria concettualità. La sintesi permette all’artista di andare oltre quella linea dell’orizzonte che è punto focale del suo lavoro, di spostarsi più avanti, lontano da logiche ripetitive o fini a se stesse.
De Luca inserisce nelle sue opere le garze nel 2001; un nuovo elemento e una sperimentazione avvenuta in modo casuale con “Fu così che mi resi conto”, ma che ha la sua origine all’interno del vissuto e dei ricordi più intimi dell’artista. Le garze, quasi sempre oggi tarlatane, nell’opera di Nino De Luca diventano preziosi tasselli positivi all’interno dello spazio meditativo e della narrazione. Sono a loro volta “anime”, presenze vive che ci parlano e ci accompagnano; elementi imprescindibili all’interno dell’opera, come accade ad esempio in “La Croce del Mare” in cui le garze restituiscono una voce a coloro che nel Mediterraneo hanno perso ogni cosa, anche la dignità di una sepoltura.

Nino De Luca web-site – Facebook – Instagram
L’artista è rappresentato da Pavart Gallery in Roma