Si ritorna a parlare dello scultore Salvatore Garau e della sua scultura invisibile, idea peraltro neanche molto originale visto che era venuta in mente ad Andy Warhol già nel 1985.
La scultura di Garau, venduta nel 2021 per la cifra di 14.800 dollari era accompagnata da un certificato di autenticità e da istruzioni sulle modalità di esposizione; il messaggio abbastanza ovvio era che il valore di un’opera è insito nella sua natura concettuale e dunque totalmente slegato dalla sua forma fisica.
Voglia di stupire ad ogni costo? Sembra di si, anche se nell’opera (o performance) di Garau non esiste nulla di così sorprendentemente originale.
Yves Klein nel 1958 realizzò una mostra/performance dal titolo “l’esposition du Vide” presso la Galerie Iris Clert di Parigi. Una stanza ridipinta di bianco da Klein dove lui stesso o gli spettatori camminano e sostano: nulla da vedere, né quadri né alcun punto di riferimento percettivo se non l’ombra di un corpo, un luogo-vuoto che però diventa figura reale, capace di produrre ugualmente intensi effetti percettivi, emotivi e cognitivi nello spettatore, “un luogo che concretizza e incorpora l’arte in quanto tale, l’Arte con la maiuscola.” (scriverà Fimiani)

In una mostra a Londra del 2012 presso la Hayward Gallery dal titolo Invisible: Art about the Unseen trovarono spazio cinquanta opere d’arte invisibili “realizzate” da artisti famosi.
Di Gianni Motti vennero esposti disegni invisibili, dipinti con un inchiostro magico e racchiusi in cornici, queste reali, con lo scopo di dare corpo a quadri apparentemente uguali, ma che l’artista pretendeva diversi.

Yoko Ono, artista Fluxus e moglie di John Lennon espose in mostra l’opera Instruction Paintings dei primi anni Sessanta. Su alcuni foglietti
dattiloscritti appesi al muro l’artista incoraggia il pubblico a creare un’opera d’arte con la propria immaginazione.

Tom Friedman espose un foglio bianco “1.000 Hours of Staring” che aveva fissato negli ultimi 5 anni.
La mostra di Londra e la performance di Klein non sono naturalmente gli unici esempi.
Quel genio di Warhol aveva esposto nel lontano 1985 the Invisible Sculpture presso il night club Area.

Lo scopo di queste opere è far riflettere sul concetto di vuoto/assenza e di cosa questi significhino. Il vuoto non è sempre solo nulla, assenza totale, non essere in quanto negazione dell’essere. Esso è traccia di qualcosa che non c’è perché non c’è più o non c’è mai stato, ma che pure vorremmo ci fosse o sentiamo che ci dovrebbe essere. Vuoto quindi come mancanza, una mancanza densa di significato, di attese, di illusioni perdute, di speranze spezzate ma spesso anche di aspettative; allo spettatore il compito di dare la definizione.
Non troviamo pertanto disprezzabile l’idea di Garau, ma certamente fuorviante e banale l’idea di volersi appropriare di un concetto già espresso. Garau fa leva su una ignoranza culturale diffusa nella quale il pubblico dei più amplifica sui social una discussione che l’artista si vanta, a torto, di aver generato.
E se è vero che l’arte è ripetizione, la ripetizione è una forma di cambiamento soltanto se essa si rinnova nel ripetersi, amplifica la discussione, dice, nel già detto, qualcosa di nuovo.
Ma non soltanto… Negli ultimi anni, proprio allo scopo di avvicinare lo spettatore all’opera d’arte contemporanea spesso percepita come distante, astrusa e lontana dai codici più tradizionali, abbiamo assistito ad una tendenza sempre più diffusa volta a portare il contemporaneo nei luoghi del quotidiano, negli spazi pubblici, anche attraverso la realizzazione di innumerevoli opere site- specific. Questo tipo di provocazioni anziché giocare a favore di questa fondamentale evoluzione, rischiano di riportare il contemporaneo all’interno di una cerchia costituita esclusivamente da addetti ai lavori, o peggio, come in questo caso di far sì che venga percepito come una boutade, una spettacolarizzazione senza sostanza.
Non ne abbiamo bisogno.