Entrare nello studio di Umberto Ippoliti significa intraprendere un viaggio nel paesaggio interiore dell’artista, un luogo complesso e multi sfaccettato, in cui, ed è lui stesso a dirlo, “non amo dipingere, amo narrare”.
E che il fil rouge del percorso dell’artista sia la narrazione si comprende dalle tele, ognuna identificativa di un periodo o di un passaggio, che l’artista porta con sé dai vari traslochi, si intuisce dai materiali che Ippoliti trova nelle sue peregrinazioni nella città, e che si trasformano in incipit o passaggio conclusivo di un’opera, si capisce dai ricordi che affiorano spostando un gruppo di carte, ognuna più intensa dell’altra, le cui figure o le cui pennellate sembrano voler uscire fuori per imporsi prepotentemente al cospetto dell’osservatore, comunicando una urgenza, una vitalità ed una passionalità che sono anche tratti dell’artista.




Ho con me una lista di domande che avevo preparato nei giorni precedenti, ma mi rendo immediatamente conto di quanto sia più suggestivo e affascinante lasciar parlare Umberto e farsi accompagnare in un viaggio personale nei luoghi della sua memoria e nelle persone che ha incontrato. Ci racconta di una “tavola rotonda” al Mitreo Iside, presidio culturale nel quartiere Corviale a Roma, a discutere di arte con Ennio Calabria, purtroppo recentemente scomparso, degli artisti la cui opera lo appassiona: Rauschenberg, Jasper Johns, la scuola americana.
Ci muoviamo all’interno del suo grande studio “il mio caos irrequieto più che calmo – dice Umberto riferendosi al film morettiano – perché quando inizio un quadro, ho bisogno di finirlo velocemente, amo lavorare di getto“. Negli angoli oggetti di recupero che entreranno a far parte delle sue opere: ombrelloni abbandonati, corde, sacchi. Tra gli artisti che più lo appassionano c’è non a caso Lawrence Carroll, nei cui dipinti tridimensionali trovarono posto oggetti e materiali di uso quotidiano, carte da parati e persino un vecchio paio di guanti da lavoro di Rauschenberg.


Protagonista di un opera di Ippoliti è una vecchia bicicletta: l’artista appoggia sui rottami combusti del mezzo, delle garze; come se la volesse bendare. lenire le sue ferite, placarne un dolore.
Nell’opera a lato Ippoliti trasporta vecchi materiali e oggetti sui quali sovrappone strati di pittura consegnandoli al tempo astratto della sua arte, come se fossero sospesi in una dimensione senza tempo.

Ogni cosa nell’esistenza umana ha una durata temporanea, e l’arte può accompagnarne il ciclo vitale diventando il mezzo attraverso il quale può compiersi un mutamento; la pittura di Umberto Ipppoliti diventa un punto essenziale nel concetto di ciclicità: restituisce agli oggetti d’uso quotidiano una nuova vita, permette un azzeramento della dimensione temporale, da cui ne scaturisce un nuovo incipit.

Ama portare nei suoi lavori il suono Umberto Ippoliti, un suono silente: su una tela si osserva un passaggio di storni, sembra quasi di udirne il fruscio. E’ una pittura fatta di ascolti e di suoni da guardare quella dell’artista, lontana da virtuosismi pittorici, dalla moda e dalle correnti. “Io non credo all’arte costruita, all’arte predisposta a tavolino, l’arte è gestualità, è tratto, è linea, è segno, è materia, è aria e vita. L’arte è tutto ciò che è primordiale, e questo è un discorso che va oltre l’estetica. Nel mio caso è pura etica e coscienza” “Silentium” è realizzato attraverso l’utilizzo di foglie sulle quali l’artista interviene con il catrame. Le foglie cadono in silenzio, si poggiano senza fare rumore, non si ode alcun fruscio, o piccolo suono di benvenuto ad accoglierle. E’ “Silentium” , il non suono.

Le carte di Umberto Ippoliti sono vivide, graffianti, toccandole si ha l’impressione di una grande vitalità, dell’energia che attraversa questo artista, quell’urgenza nel creare ,che spesso lo spinge a distruggere per ricominciare. Ci sono tele – dice l’artista che nascondono sotto la superficie altri dipinti, altri soggetti e stratificazioni di colore, perché prima di uscire dallo studio, a lavoro terminato, voltandomi ancora una volta a guardare l’opera, ho percepito la mancanza di un qualcosa, che sapevo non avrei trovato più.
“Rubo dai muri” è una serie in cui manifesti, presi prevalentemente nel quartiere Testaccio a Roma, trovano posto nelle sue opere: scritte, messaggi politici, pubblicità, poster, catturano la sua attenzione e vengono presi per essere poi trasformati nell’anello mancante all’interno della sua personale narrazione artistica, l’elemento conclusivo dell’opera o ciò che permetterà ad Ippoliti di continuare o esplorare nel dettaglio un’idea. L’arte di Umberto Ippoliti trova il suo fine nello stesso farsi, e il suo vissuto, le sue emozioni, la sua esperienza, una volta riportati nell’opera, subiscono una metamorfosi, per comunicare a noi un qualcosa di nuovo, restituendo allo spettatore il filo di una narrazione che potrà, se lo vuole, a sua volta continuare.


