Alla scoperta di Subiaco, Capitale del Libro 2025

Gennaio 3, 2025
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Subiaco

Subiaco è stata eletta Capitale del Libro 2025.

In un giorno imprecisato del 1464, due ecclesiastici provenienti da Magonza bussano alle porte di un monastero. Eretto sulle pendici dei Monti Simbruini e stretto, dall’altro lato, dalla sponda destra del fiume Aniene, l’eremo è chiamato Santa Scolastica ed è l’unico rimasto dei tredici che Benedetto da Norcia, nel VI secolo, aveva voluto costruire nella località di Subiaco.

Subiaco Santa Scolastica

I due viandanti si presentano presumibilmente in latino, ma non è escluso che lo facciano utilizzando il tedesco, poiché sanno che di medesima madrelingua è la maggior parte dei benedettini che stanno per incontrare. Un secolo prima, infatti, l’abate Bartolomeo III, lamentando la scarsa disciplina dei monaci sublacensi, aveva provveduto, con l’avallo dello stesso papa Urbano V, ad espellerne i più riottosi.

Per ripopolare il monastero, l’abate aveva esteso ai monaci provenienti da ogni parte del continente l’invito a trasferirsi a Subiaco. Molti di loro sarebbero giunti proprio dal cuore del Sacro romano impero, tanto che quello tedesco sarà di gran lunga il gruppo più nutrito nell’anno della visita dei due magontini. Di costoro sappiamo ben poco, a parte i loro nomi. Sono degli ecclesiastici di ordine minore, dei chierici. Uno si chiama Arnold Pannartz, della diocesi di Colonia, ma, con qualche probabilità, di origine boema. L’altro, Conrad Sweynheym, è della diocesi di Magonza, dove risiedono entrambi. Qui, Adolfo II di Nassau, nominato arcivescovo da Pio II, ha incontrato l’ostilità degli abitanti rimasti fedeli al suo predecessore Teodorico di Isenburg. Ne risulta una vera e propria guerra che, nel 1462 sconvolge la città. Muoiono circa cinquecento magontini e altrettanti cercano riparo all’estero, tra i quali, i nomi di Pannartz e Sweynheym non sono certamente i più noti. Johann Gutenberg paga con l’esilio e la confisca della sua abitazione il suo reale o presunto appoggio alla causa di Teodorico. Quando torna, ritrova una città provata dalla guerra civile e, soprattutto, spogliata di quella nuova classe di artigiani, di cui, fino ad allora, Magonza è quasi l’unica a disporre: i tipografi. Fuggendo, essi portano con sé i segreti dell’arte che sta per cambiare la storia. Forse perché collaboratori dello stesso Gutenberg, o, magari, perché suoi concorrenti, sta di fatto che i nostri due chierici conoscono bene quei segreti. Non scelgono a caso, dunque, la propria destinazione: puntano dritto oltre le Alpi, dove si estende la penisola patria dell’umanesimo. A Santa Scolastica, Pannartz e Sweynheym trovano l’ospitalità desiderata. Non fanno fatica ad integrarsi in quella che a loro pare essere un’enclave tedesca nello Stato Pontificio.

Convincono i priori ad investire per la fabbricazione di punzoni, matrici e forme per realizzare i caratteri e di un torchio per la pressatura degli stessi sulla carta. I monaci, che partecipano attivamente al progetto dei due chierici, si tramutano, attraverso le loro indicazioni, in un gruppo di artigiani di quella che sta per diventare la prima tipografia italiana. Riprodotto in 275 copie, l’incunabolo che riunisce tre opere di Lattanzio, le Divinae institutiones, il De ira Dei e il De opificio Dei, reca il luogo e la data della sua produzione: Subiaco, 29 ottobre 1465. Si tratta del primo libro stampato in Italia di cui si conosca la data precisa. Ne vengono realizzati altri tre durante la permanenza di Pannartz e Sweynheym a Santa Scolastica: il Donatus pro puerulis, ovvero una grammatica latina di Elio Donato, di cui, oggi, non sopravvivono esemplari, il De oratore di Cicerone, che non riporta la data e il De civitate Dei di Sant’Agostino, ultimato il 12 giugno del 1467. A questo punto, i due soci maturano l’idea di compiere un ulteriore, grande passo. Le loro ambizioni imprenditoriali impongono la necessità di un’organizzazione del lavoro più adatta ai tempi moderni, di certo ben più ristretti di quelli che scandiscono le quieti giornate della vita monastica. Portano con sé qualche copia della loro ultima fatica e si dirigono a Roma, dove installano una nuova officina presso un’abitazione a Campo de’ Fiori, di proprietà dei fratelli Massimo, dei ricchi mercanti che, con molta probabilità, sono gli stessi finanziatori dell’attività. Il fermento culturale di Roma ne fa il luogo ideale ad accogliere la nuova arte, forse anche più di quanto Pannartz e Sweynheym sperino, giacché, ben presto, il loro problema principale diventerà un altro: la concorrenza. Il numero di tipografie sulla penisola va, infatti, moltiplicandosi a ritmi impressionanti, tanto che già nel 1480 se ne contano più che in Germania, benché gli stampatori siano ancora, per lo più, degli altri emigranti tedeschi. Soprattutto Venezia, oltre a Roma, Milano, Firenze, Bologna, Napoli ed una moltitudine di centri minori consegneranno all’Italia il primato nell’arte tipografica per almeno un altro secolo. Verrà ceduto alla concorrenza straniera col tramonto dell’epoca rinascimentale e l’inizio della crisi del Seicento, che gli Stati italiani soffriranno ben più degli altri. (Fonte Zanichelli).

La città di Subiaco vince sulle concorrenti (Grottaferrata (Rm), Ischia (Na), Macchiagodena (Is), Mistretta (Me) e Sorrento (Na) con la seguente motivazione:

“Il progetto presentato da  Subiaco offre un ventaglio accurato di proposte tutte volte alla valorizzazione e alla diffusione del progetto libro, partendo dal rilancio e dal restauro del grande patrimonio bibliotecario custodito nel suo territorio, fino ad arrivare all’utilizzo delle nuove risorse tecnologiche che permetteranno alle nuove generazioni di approcciarsi con metodi a loro più consoni a un mondo culturale  – considerato  per lo più polveroso e antico –  che può invece offrire loro molti stimoli e sorprese. Ma non è solo questo il focus del progetto.  Unendo passato e presente, si potrà assistere alla realizzazione del primo libro stampato in Italia, proprio a Subiaco, nel 1465  di cui si è perso l’originale, permettendo di ricostruire materialmente la prima tipografia a caratteri mobili italiana”. 

Alla cittadina verrà assegnato un fondo di 500.000 euro per la promozione di attività legate alla cultura.

Qui per il nostro editoriale su Mario Ceroli

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