L’artista palestinese Malak Mattar dipinge uno straziante “Ultimo Respiro”, scene dell’ordinario inferno che si svolge ogni giorno a Gaza e che è stato paragonato per la sua intensità alla Guernica di Picasso.

Quando è iniziata l’attuale guerra, l’artista palestinese non aveva alcun impulso creativo. “Era come una paralisi artistica: non potevo tenere in mano un pezzo di carta, né dipingere, né guardare i dipinti. Per me, a dire il vero, niente aveva significato”, spiega.
Ma le cose iniziarono a cambiare quando trascorse dicembre a realizzare più di 100 schizzi, basati su fotografie e immagini, su carta marrone. Ritraevano per lo più le vittime del bombardamento israeliano, iniziato pochi giorni dopo il ritorno di Mattar nel Regno Unito da una visita nella sua città natale.
Mattar impiega oltre un mese a realizzare “Ultimo Respiro” senza avere per oltre 15 giorni nessuna notizia dalla sua famiglia rimasta a Gaza.
“È stato un completo blackout, non c’erano messaggi, nessuna chiamata, nessuna notizia”, ricorda. “Ma questo non mi ha fermato. Per continuare a dipingere un’opera come questa, si deve essere concentrati. Per un po’ ho bloccato i miei sentimenti; l’urgenza e l’impeto che provavo erano più grandi di qualsiasi sentimento personale provassi”.
La parte più difficile è stata riportare nell’opera le scene a cui avevo assistito: uccelli che si cibavano dei cadaveri lasciati in strada, un cavallo, carico oltre il possibile, che trasporta anche un cadavere avvolto in un lenzuolo bianco.
Scene di ordinaria follia e di ordinario strazio che ogni giorno, da oltre un anno, si ripetono in una terra che non ha più nulla di umano.
Malak Mattar inizia a dipingere quando aveva appena 14 anni dopo che nel 2014 un quarto del suo quartiere venne distrutto durante un attacco missilistico.
“Vedendo tutto ciò, da adolescente non potevo fare a meno di sentire quanto fosse vicina la morte… Crescendo in una zona di guerra, sfortunatamente, la tua vita viene definita dai bombardamenti e dalle uccisioni.”
La sua infanzia e la sua adolescenza sono accompagnate dagli incessanti attacchi nella striscia di Gaza, e dipingere diventa un modo attraverso cui esorcizzare la paura. Inizia dapprima con gli acquerelli finché sua madre, vedendone il talento, le regala colori, acrilici e finalmente delle tele.
Nel 2016 Malak Mattar cattura l’attenzione del Bristol Palestine Museum che le propone di organizzare una personale del suo lavoro nel Regno Unito. E’ per l’artista palestinese una straordinaria opportunità, ma sfortunatamente non le viene concesso il visto.




La mostra va avanti, ma senza di lei, intrappolata in una terra senza futuro.
Malak non si arrende, continua a studiare e ottiene la media più alta dei voti in tutta Striscia di Gaza, e la seconda in Palestina.
Le viene un’opportunità davvero unica e cioè di potersi recare all’estero e frequentare una Università.
A quel punto per la giovane artista palestinese inizia una seconda sfida: quella di convincere la sua famiglia ad accettare questa proposta. Andare all’estero da sola, senza essere accompagnata da un fratello, un marito o un padre è per la sua cultura impensabile.
Dopo molte rassicurazioni e negoziazioni familiari , Malak ne ottiene il permesso, ma andar via, nel 2017, con i confini appena aperti, è comunque molto difficile.
Quando Malak arriva in Turchia per studiare Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, impara a confrontarsi con “altre minoranze e questioni mondiali”, fatto che giocherà un ruolo chiave nel suo desiderio di rendere la sua arte universale. Malak approfondisce i ripetuti rifiuti che ha ricevuto per entrare sia in Francia che in Europa “più e più volte”.
“Pensavo che una volta lasciata la Striscia di Gaza sarei stata libera, ma non lo ero”.
Ma il 2023 segna un nuovo capitolo. Non solo Malak espone con una personale alla Garden Court Chambers, ma le viene, per il suo talento, concesso un visto valido per ogni luogo del mondo.
Le sue straordinarie opere, dai volti bellissimi seppure nella sofferenza, includono molto spesso figure di animali.
A Gaza “gli esseri umani sono massacrati in una tragedia permanente e inarrestabile. Ma non si sente mai parlare degli animali che vengono uccisi anche quando gli edifici vengono demoliti e le famiglie vengono sfrattate. Anche gli animali vivono una vita sotto assedio”.
Qui per il nostro articolo, sul fotografo allora sconosciuto, poi vincitore del World Press Photo