Lo studio, anzi dovremmo dire gli studi poiché sono tre, di Giovanni Trimani sono luoghi multisfaccettati e molto indicativi per poter comprendere il grande fervore creativo e l’originalità di questo artista. Potremmo quasi paragonarli ad un prolungamento tangibile dei suoi pensieri, delle sue fasi di vita, delle sue esperienze e al tempo stesso troveremo all’interno di ognuno di essi un qualcosa di familiare, che ci riporta ad un ricordo, a una memoria, a volte a qualcosa che avremmo preferito lasciare lì nascosto e, almeno apparentemente, dimenticato.
Le opere, ma anche i libri, i quaderni, i blocchi con gli schizzi, gli appunti, i pensieri, le poesie e i tanti oggetti di uso quotidiano abitano ognuno degli studi.
Siamo molto lontani, per fortuna, dal concetto minimalista e asettico di white cube tanto in voga negli ultimi anni, qui ogni opera, ogni scultura e ogni singola istallazione ha una vita; si percepisce il dialogo tra l’esecutore, il suo lavoro e le poche persone a cui è consentito visitare gli studi nella loro interezza; ad ogni piano si raggiunge un grado di intimità maggiore, con l’arte ma anche con se stessi.
E che sia l’opera a parlare ad ognuno di noi si intuisce subito, a partire dal progetto “AssediA” dove la sedia è un punto di osservazione alla ricerca della profondità dell’uomo. “Si sedes non is, o, letto al contrario, si non sedes is, ovvero se siedi non vai, se non siedi vai: la doppia lettura invita l’uomo ad alzarsi per prendere piena coscienza, per dare voce al suo presente”. scrive del progetto la Dottoressa Francesca Bogliolo.
E nell’evoluzione progettuale di AssediA , Giovanni Trimani inserisce la figura umana, il Chair-man che è tutti e nessuno in particolare. E’ l’io che è al tempo stesso un altro: come scrisse, nel 1871, Arthur Rimbaud nella sua Lettera del veggente: la nostra identità è aperta a infinite possibili trasformazioni, indotte dalla nostra sensibilità, dagli accadimenti esterni, dal nostro vissuto.
Nell’atelier al piano strada nella serie Chair/Man, La “Stair Way To…” è una tra le uniche due sculture a grandezza naturale di una sedia realizzata in ferro elettrosaldato e legno, con seduta utilizzabile. La composizione con la sua ariosità, la lucentezza del ferro, i colori vividi della seduta occupa lo spazio in modo potente in un continuum di linee che sembra voler toccare il cielo.



Anche in questo caso non è la sedia in quanto tale ad essere oggetto del pensiero artistico ma il rapporto che ognuno di noi ha con la sedia e con il posto che, occupandola, decide di avere nel mondo. Si può essere in prima fila, o in posizione defilata, interpreti principali o spettatori.

Le sedie si possono occupare, oppure abbandonare; perché si decide di cambiare, o perché la vita spinge a scelte forzate. Si può sperimentare la libertà o sentirsi inermi, legati da un filo corto e stringente ad un passato o un presente più grande di noi e da cui ci sentiamo dominati. L’artista, con enorme intelligenza e profondità creativa, lancia un input; sta a noi trovare una chiave di lettura. E’ un’arte che sopravvive alle mode, alle correnti e alla nostra epoca; le figure non definite nell’opera di Giovanni Trimani sembrano quasi voler sfiorare la realtà e il contesto nel quale sono inserite ma in effetti ci rimandano all’immensità di uno spazio talmente tanto dilatato da sembrare voler esplodere da un momento all’altro trascinando con sé anche lo scorrere dell’orologio. Il loro tempo potrebbe essere qualsiasi tempo, il loro spazio qualsiasi spazio e il loro volto il nostro volto. Ognuno di noi è il chair man in precario bilico su una sedia che potrebbe rovesciarsi da un momento all’altro.


“Nowhere”, qui ed ora e in nessun luogo. Contemporaneamente nel luogo dell’azione, al di là ed oltre. Il vuoto, la luce e il colore, il metafisico, il visibile e l’invisibile, il trascendente. Il linguaggio di Giovanni Trimani, non è mai esplicito, è un racconto a due che si svolge tra l’artista e lo spettatore, senza limiti o preclusione alcuna.





Nello secondo studio dominano le opere espressioniste. ” Le cromie decise, accese, prive di sfumature, arbitrarie (poiché, seppur minimamente referenziali alla natura non assumono, in quanto mezzo di attribuzione di significato, volontà di riproduzione del reale) rappresentano la caratteristica più evidente dell’opera di Giovanni Trimani. Il colore assume un doppio ruolo, sia costruttivo – disposto o “in fitte trame di segmenti colorati” o in campiture ampie e piatte – sia comunicativo: in quanto elemento formale attraverso “l’esuberanza (…), il rifiuto (…) del volume, del chiaroscuro” il riferimento è al Fauvismo, mentre la valenza più emozionale richiama la poetica espressionista” (Claudia Andreotta).



Anche in queste opere Giovanni Trimani è interprete di un’arte che mira a sovvertire le regole del linguaggio e a stimolare una diversa percezione del reale, insinua nello spettatore un dubbio, promuove la critica e la discussione. In questo senso possiamo definirlo un “intellettuale”, parola negli ultimi anni oltremodo abusata che qui ritorna ad assumere il suo significato originario: cioè di colui che si colloca tra gli “anywhere”, tra coloro che guardano il mondo da tanti punti di vista e si pongono domande, per preservare quel vuoto che ci appartiene – quell’incavo lo definirebbe Lacan – quella mancanza attiva che è ciò che alimenta il desiderio di conoscere e capire.
“Il mio mestiere è quello di osservare, di pormi delle domande , vivo in una sorta di laboratorio mentale continuo in cui devo filtrare la realtà che ho intorno per individuare una chiave di lettura da offrire e instaturare così un dialogo tra la mia scultura, la mia grafica, la mia pittura e chi la guarda” – G.Trimani
E il terzo studio ne è la dimostrazione; potremmo definirlo un’officina di idee, di progetti, di sperimentazioni, di punti interrogativi immaginari. Un luogo in cui l’artista vive, lavora, pensa, si rifugia, dissemina gli ambienti con gli oggetti più significativi che lo hanno accompagnato negli anni di crescita artistica e personale. I libri d’arte occupano la maggior parte degli scaffali, una vasta collezione di monografie oltre ad una sezione di libri su Roma, città natale dell’artista. Nello studio è presente anche il laboratorio ove l’artista procede personalmente alla lavorazione del ferro che sarà poi utilizzato nelle sculture.
La scultura “Sankta” nasce per una mostra al Museo Diocesano di Viterbo, fa parte di una serie di 15 opere eseguite appositamente dall’artista. La forma della croce molto vicina ad una iconografia nord europea si lega strettamente al Tau Francescano. L’artista piegando il ferro associa, in un’opera dalla straordinaria intensità, la drammaticità della crocifissione ad un ideale di purezza e di speranza.

L’artista è rappresentato a Roma dalla Galleria Pavart.
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In copertina “CHAIR / MAN : IDENTITY 06”
All photo credits courtesy Giovanni Trimani