Arte e Social Network tra bene (poco) e male (molto)
La vista è certamente il senso primario attraverso il quale ci rapportiamo con l’opera d’arte, ma sicuramente non l’unico. Stimolando le capacità sensoriali durante l’osservazione dell’opera, colui che guarda passa da spettatore passivo a partecipante attivo: è cosi che davanti a un paesaggio bucolico, ad esempio, si può attivare l’olfatto, richiamando alla mente l’odore dell’erba appena tagliata, della terra, oppure, di fronte a un collage, i diversi materiali potrebbero ricondurre a differenti sensazioni tattili, a spessori e matericità diverse.
E’ per questo che altrettanto importante è che la prima forma di contatto con l’opera sia vis a vis, senza filtri, e senza altro proposito che non sia una modalità di ascolto, di visione, di scambio emozionale,un’esperienza quindi il più possibile intima.

“Ascoltare la forma, entrare nell’opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare con tutti i sensi.”
Vasily Kandisky, Punto, linea, superficie, 1926
Le neuroscienze spiegano con molta precisione le emozioni e i recettori che si attivano nell’atto della fruizione di un’opera d’arte.
Lo smartphone è ad oggi una protesi fisica e visiva. Ha modificato la distanza fisica che mettiamo tra noi e un quadro o una installazione. Spesso l’opera si trova a metri di distanza mentre, attraverso un braccio che si sporge oltre le teste degli altri visitatori, la mente è già oltre, e lo sguardo non ha catturato nulla più di una fugace approssimazione a distanza.

La nostra personale performance all’interno dell’esibizione. Un’occasione per postare sui social un “Io c’ero”.
Ma tutta questa sovraesposizione mediatica serve al circuito dell’arte? Sicuramente da un lato giova, ma dall’altro assiste un fenomeno che da diversi anni è prassi: le mostre vengono costruite e proposte non per stimolare, sensibilizzare o far discutere, ma piuttosto per garantire introiti con buona pace degli sponsor, ma senza avere alcuna pretesa di introdurre novità alcuna. Un esempio lampante è a nostro avviso l’esposizione “Caravaggio 2025” a Palazzo Barberini; un percorso ed una illuminazione discutibile, tante condivisioni sui social, un’operazione di marketing sicuramente riuscita ma con una volontà di innovazione pressoché nulla.
In Italia giochiamo sul sicuro.
E questo risulta ancor più vero nel sistema del contemporaneo in cui la proposta dei nostri Musei e Fondazioni è significativamente più bassa che negli altri Paesi. Né si puo delegare esclusivamente alla Gallerie private la promozione dei giovani talenti, complice anche la stagnazione del mercato. Né si può continuare ad ignorare sistematicamente che una totale mancanza di supporto e incentivi, inaridirà, o per meglio dire ha già inaridito, il settore.